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	<title>Romanzieri.com, biblioteca di varia umanità</title>
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		<title>Pensioni, una vecchia storia</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 11:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>romanzieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con l’ultima legge, maturati i requisiti, viene posticipato di un anno il pagamento degli assegni. C’è da immaginare che, chi di quei soldi avrà necessità, troverà accordi con la banca per farseli anticipare, nella speranza di un onesto tasso di interesse tutto a favore dell’economia. Ma il punto è che ogni volta che c’è da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con  l’ultima legge, maturati i requisiti, viene posticipato di un anno il  pagamento degli assegni. C’è da immaginare che, chi di quei soldi avrà  necessità, troverà accordi con la banca per farseli anticipare, nella  speranza di un onesto tasso di interesse tutto a favore dell’economia.<br />
Ma il punto è che ogni volta che c’è da tagliare subito si pensa alle  pensioni. Un’abitudine che dura da almeno duecento anni. Lo testimoniano  centinaia di discorsi politici racchiusi negli archivi, dagli inizi dell’Ottocento ad oggi,  diversi nelle parole ma non privi di quell’attualità che vede da  una parte i conti dello Stato e dall’altra la ripetitività della  politica. Tra i tanti interventi, ecco quello di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ilarione_Petitti_di_Roreto">Carlo Ilarione Petitti  di Roreto</a>, tenuto nel 1850:<br />
Per  quanto gravi, ed intricate sieno le condizioni dell&#8217;erario pubblico, se  io non ravvisassi nelle pensioni, che una quistione di economia sul  bilancio, non avrei ceduto al desiderio da alcuni amici manifestatomi,  di pubblicare separatamente questi documenti e queste considerazioni; ma  veggendo in esse una quistione di politica e di morale pubblica, credo  che le difficilissime contingenze in cui versiamo, anzi che menomare l&#8217;importanza di un tale argomento, l&#8217;aumentano al punto da pareggiarla a  quegli alti interessi, che destano in oggi tanta e sì naturale  aspettazione nel pubblico.<br />
Infatti,  per quanto utile sia il combattere i varii abusi che ponno esistere  nelle finanze, alfine di non prelevare sul popolo che quella parte  d&#8217;imposizioni strettamente necessaria ai bisogni dello Stato, egli è  attualmente molto più utile il rimuovere dapprima quegli abusi segnati  all&#8217;animavversione pubblica, che destarono ed intrattengono tuttora un  concittadino non ben definito negli spiriti, e portano a quella fatale  diffidenza di una parte dei cittadini contro l&#8217;altra, la quale si versa  poi sul governo, corrompendone il principio e l&#8217;autorità.<br />
Fra  questi abusi che hanno una maggiore importanza politica, e fino ad un  certo punto sociale, gl&#8217;introdotti nelle pensioni sono certamente quelli  cui maggiormente preme di rimediare, perché si è pur troppo confuso  sotto la stessa denominazione, il tardo frutto di una lunga e laboriosa  carriera, coi facili e rovinosi della bassezza e dell&#8217;intrigo: perché si  sono adoperate le pensioni non solo ad ottenere servigi a buon mercato,  ma eziandio a rimuovere i poco graditi d&#8217;ufficio e sostituirvi i  favoreggiati: perchè da un lato si prodigarono pensioni di una  esagerazione ridicola, e dall&#8217;altro ancora ultimamente se ne  concedettero con parsimonia e scarsezza indecorosa per la nazione:  perché la passività delle pensioni è già enorme, e tende ogni dì ad  aumentarsi: perché finalmente sì il male che il risultamento della  riforma nelle pensioni si va a talento ed in ogni maniera esagerando;  sicché, mentre gli uni veggono nei pensionarii una classe privilegiata  per la quale si sciupa la fortuna pubblica, gli altri veggono nella  riduzione, e più ancora nella revisione in generale delle pensioni, una  sorgente di vistosissime ed immediate economie.</p>
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		<title>Le 140 cause della morte di Mozart</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 09:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>romanzieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>

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		<description><![CDATA[Ne vanta di primati il mistero della morte, a soli trentacinque anni, di Wolfgang Amadeus Mozart, uno dei più grandi geni musicali di tutti i tempi. Il più oscuro. Il più dibattuto. Il più impenetrabile. Il più romanzato. Il più indagato tra medicina e storia nei due secoli abbondanti che separano il nostro tempo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ne vanta di primati il mistero della morte, a soli trentacinque anni, di  Wolfgang Amadeus Mozart, uno dei più grandi geni musicali di tutti i  tempi. Il più oscuro. Il più dibattuto. Il più impenetrabile. Il più  romanzato. Il più indagato tra medicina e storia nei due secoli  abbondanti che separano il nostro tempo da quel 1791, quando, dopo  alcune settimane di malattia, e mentre lavorava al Requiem, Mozart morì.  Ma di quale malattia?<br />
<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=8236&amp;ID_sezione=29&amp;sezione=">Eugenia Tognotti su La Stampa</a></p>
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		<title>Lei sa chi sono io! Autobiografie e Facebook</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 14:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Boccuzzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[letture]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era una volta il “lei non sa chi sono io”, una macchietta da commedia all’italiana, quando gli editori (anche quelli industrializzati) ancora stampavano libri. Poi ci fu il fenomeno di tutti quelli che provavano a scrivere un romanzo, o magari dei racconti, prestando a trama e personaggi tutta la propria modesta esistenza terrena. Un vizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’era  una volta il “lei non sa chi sono io”, una macchietta da commedia  all’italiana, quando gli editori (anche quelli industrializzati) ancora  stampavano libri.<br />
Poi ci fu il fenomeno di tutti quelli che provavano a  scrivere un romanzo, o magari dei racconti, prestando a trama e  personaggi tutta la propria modesta esistenza terrena. Un vizio di forma  fortunatamente relegato sui libri mastri degli editori a pagamento e  subito dopo nei conti correnti di quell’unica bolla speculativa dei  lavoratori della parola, rappresentata dagli editor.<br />
Infine l’argine si è  rotto: il mercato librario è pieno zeppo di autobiografie. Un fenomeno  sociologico, più che sociale, e senza scampo: dal presidente Obama a  Julian Assange, dal politico locale all’imprenditore che si ritiene  illuminato, dall’attore ormai fuori memoria all’architetto il cui fu di  grido è ormai solo eco, ognuno conquista spazio nello scaffale librario.  E questo si comporta né più né meno dello scaffale dell’iper, dove  l’invenduto accorcia spaventosamente la data di scadenza per non farsi  più rivedere.<br />
Scorrendo l’elenco delle autobiografie pubblicate si  scopre che persino la Vergine Maria ne ha una, pubblicata nel 2010 e a  firma di un altro. Non è nemmeno osabile pensare senza un po’ di  angoscia a quante ne nasconda l’iceberg di quelle in preparazione e di  quelle che stazionano sulle scrivanie degli editori.<br />
Ad ispirarle è,  probabilmente, la stessa ansia da personaggio che, fin da quei  lontanissimi anni Cinquanta, ancora non ci ha abbandonato e che, nel  frattempo, si è trasformata da sfottò in business, da thrilleristico  dubbio a demoniaca certezza: lei sa chi sono io!<br />
Tra i segnali che  avrebbero dovuto farcelo prevedere c’era quella nuova voce statistica  apparsa un paio d’anni orsono tra “lettori forti” e “lettori deboli”: i  lettori curiosi. Una voce salutata positivamente, peraltro, perché nella  speranza immaginativa di tanti disegnava scenari di gente che tornasse  ad interessarsi alle questioni umanistiche più che a quelle umane.  Scintille che scoccavano nel buio.<br />
Invece no. I lettori curiosi erano e  sono interessati solo ai fatti degli altri, meglio se non letterari.  Cosa cucinano, se sono nati da levatrice o in ospedale, su che marca di  divano poggiano il sedere visto che il sedere conta. E giù, lungo la  china da sempre tracciata dall’onda lunga spesso incontrollabile dei  libri, eccoli i lettori deboli: ligi nel curare ogni giorno la loro  autobiografia 2.0, Facebook.</p>
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		<title>Janine Pommy Vega (1942-2010)</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 14:41:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>romanzieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[I cani pazzi di Trieste Non siamo mai stati in una guerra come questa in tutti questi anni a guardare la strada alle 3 di mattina, ragazzini che palleggiano petardi nei cestini dei rifiuti le ultime puttane tornano a casa Come al solito, fermandoci nei caffè di Les Halles dopo una notte trovavamo i robusti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I cani pazzi di Trieste</p>
<p>Non siamo mai stati in una guerra come questa<br />
in tutti questi anni a guardare<br />
la strada alle 3 di mattina,<br />
ragazzini che palleggiano petardi nei cestini dei rifiuti<br />
le ultime puttane tornano a casa<br />
Come al solito, fermandoci nei caffè di Les Halles<br />
dopo una notte trovavamo i robusti<br />
uomini del mercato<br />
e le bellissime prostitute<br />
che riposavano gli uni nelle braccia delle altre<br />
Le Chat Qui Peche, Le Chien Qui Fume<br />
vivi grazie ai valzer parigini, le mani di lui sul sedere di lei<br />
potevamo scegliere verdure crude dai bidoni degli scarti<br />
e avere stufato di lenticchie per il giorno dopo<br />
Le cose non sono mai state così.<br />
Poliziotti schierati contro i giovani nella piazza del villaggio<br />
prendono i più docili come amanti, e deviano gli altri<br />
nei condotti della carcerazione<br />
I cani pazzi di Trieste<br />
su cui contavamo per abbattere lo status quo<br />
morto e imputridito, per dare uno scossone qua<br />
e là, predatori dell’ordine grasso e calcificato,<br />
sono svaniti come racconti<br />
Li afferravamo con le tese dei loro cappelli<br />
che tenevano la maggior parte della faccia in ombra<br />
e qualche volta quelle voci<br />
una alla volta<br />
si trasformavano in onde<br />
come cicale sugli alberi d’agosto, fischiettando<br />
arretrando, e le parole scivolate sotto<br />
le cortine del potere, facevano piccoli cambiamenti,<br />
facevano oscillare un precario equilibrio, e portavano soccorso<br />
Quei branchi non incrociano i viali<br />
adesso nelle città antiche, nessuna cabala politica<br />
dietro noi guarda il mondo con<br />
occhi pienamente<br />
consapevoli<br />
le voci liriche corpi arcobaleno<br />
i tuoi amici i miei amici nessuno è rimasto<br />
tranne i cani pazzi di Trieste mentre<br />
noi percorriamo le strade.</p>
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		<title>Aforismi 2.0</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 10:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>romanzieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>

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		<description><![CDATA[Quelli de Il Deboscio ci hanno ben abituati all&#8217;ironia feroce, spesso su tante piccole manie che ci coinvolgono tutti. In questo Aforismi 2.0, in libero download in formato pdf, ce ne sono per tutti i gusti. Memorabile quello su facebook: una tomba in cui puoi cambiare a piacimento foto ed epitaffio; e quello su l&#8217;IPad: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quelli de Il Deboscio ci hanno ben abituati all&#8217;ironia feroce, spesso su tante piccole manie che ci coinvolgono tutti. In questo Aforismi 2.0, in libero download in formato pdf, ce ne sono per tutti i gusti. Memorabile quello su facebook: una tomba in cui puoi cambiare a piacimento foto ed epitaffio; e quello su l&#8217;IPad: sostituzione tecnologica del marsupio.<br />
<a href="http://ildeboscio.wordpress.com/2010/12/02/aforismi-2-0/">Aforismi 2.0</a></p>
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		<title>Tassa di scopo</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 10:14:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istantaneo</dc:creator>
				<category><![CDATA[firenze]]></category>

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		<description><![CDATA[Pur sperando di sbagliarmi credo che vi siano scarse possibilità che Berlusconi regali a Firenze, e di conseguenza a Renzi, la tassa di scopo. Primo perché l’iter burocratico necessario è più lungo della speranza di vita dell’attuale governo; secondo perché, malgrado la debbano pagare i turisti, una tassa è sempre antipatica quando non le si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pur  sperando di sbagliarmi credo che vi siano scarse possibilità che  Berlusconi regali a Firenze, e di conseguenza a Renzi, la tassa di  scopo. Primo perché l’iter burocratico necessario è più lungo della  speranza di vita dell’attuale governo; secondo perché, malgrado la  debbano pagare i turisti, una tassa è sempre antipatica quando non le si  fa corrispondere un servizio. Una tassa in più non è una cosa banale,  comporta delle responsabilità: politiche e civili. Politicamente non  dovrebbe bastare chiederla perché fu promessa tra tante altre bugie  elettorali, anche autoctone, come un’elemosina. I fiorentini, se li  conosco bene, non accettano l’elemosina da nessuno. Non l’accettarono  nemmeno dopo l’alluvione, tanto che il presidente Saragat, chiedendo a  caldo a un fiorentino alluvionato e intento a ripulire cosa potesse fare  per lui, si sentì rispondere: sciacquarsi dai coglioni! Civilmente,  invece, la tassa dovrebbe essere giustificata da una Firenze mantenuta  pulita e efficiente già adesso, mentre è sotto gli occhi di tutti lo  stato in cui versa. Uno stato di degrado per il quale non ci sono scuse  né tasse che tengano. Perché &#8211; se vogliamo dirci la verità &#8211; Firenze non  è ridotta così male perché i turisti non pagano un euro per il  soggiorno, ma perché è venuto a mancare il “senso” della città. Se chi  amministra e chi di Firenze ha fatto il proprio reddito pensassero un  po’ meno ai soldi, basterebbero una quindicina di giorni per ripulirla  da ogni schifezza che la imbratta. Non credo che una squadra di operai,  visto che gli angeli del bello son volati in cielo, che gira di continuo  a ripulire almeno i muri, sia una di quelle spese che al momento non ci  possiamo permettere. Così come non credo che pensare a un servizio di  raccolta dei rifiuti diverso dal percorrere via Calzaioli coi camion  alle nove di sera, sia una questione economica. Gran parte della cura  necessaria almeno a farsi un lifting cittadino è solo questione di buona  volontà, non costerebbe di più. E a lifting effettuato i tanti politici  fiorentini che siedono nei due rami del Parlamento potrebbero farsi  promotori di una legge speciale che dia più risorse a Firenze, magari  ascoltando anche il parere di Matteo Renzi, senza mandarlo allo  sbaraglio da solo mettendoci in imbarazzo. Perché, con tutto il rispetto  per Matrix e Facebook, è ancora il Parlamento che decide.</p>
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		<title>Barbara e Matteo</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 10:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istantaneo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre il Papa per definire i nostri tempi di crisi morale parlava della fine dell’impero romano, Barbara Berlusconi dichiarava in un’intervista a Vanity Fair il proprio apprezzamento per il giovane Matteo Renzi. L’espressione usata è “nel caso di una sua leadership del centrosinistra mi sentirei politicamente ben rappresentata” se non altro per una questione generazionale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre  il Papa per definire i nostri tempi di crisi morale parlava della fine  dell’impero romano, Barbara Berlusconi dichiarava in un’intervista a  Vanity Fair il proprio apprezzamento per il giovane Matteo Renzi.  L’espressione usata è “nel caso di una sua leadership del centrosinistra  mi sentirei politicamente ben rappresentata” se non altro per una  questione generazionale. Quel che forse né Benedetto XVI, né Barbara  sapevano è che stavano affrontando &#8211; pur nelle debite proporzioni &#8211; lo  stesso problema, e che anzi: involontariamente l’una dimostra l’altro.<br />
Quanti,  a partire da Barbara, si sentono rappresentati da Matteo dovrebbero  interrogarsi con onestà. Chi non si sente rappresentato né da Barbara né  da Matteo ha una buona ragione in più per fare una riflessione seria.  Fare della questione anagrafica motivo e bandiera di rappresentanza  politica è un po’ come dire che Abele e Caino, essendo d’età, andavano  d’amore e d’accordo. Una cosa diversa è dire che Barbara e Matteo, due  persone squisite peraltro, simpatizzano verosimilmente perché magari  appartengono allo stesso “giovanilismo”, un modello che non ha età  anagrafica e che non ha nulla a vedere col concetto di generazione.  Barbara ha un babbo giovanilista, ad esempio, e non risulta che siano in  disaccordo politico. Renzi, del resto, più giovanilista che giovane,  non si è fatto alcun problema nel recarsi a casa del babbo di Barbara a  chiedere qualche soldino in più per Firenze. Il pensiero giovanilista è  fatto così: nel babbo di chiunque potrebbe nascondersi anche Babbo  Natale. E’ questa la differenza: il giovane ha degli ideali, il  giovanilista ha degli obiettivi. Il primo è spesso sottoposto dalla  storia a sacrificare la propria vita in nome di un ideale, il secondo è  sempre più spesso disposto a fare qualche anno di sacrifici per  raggiungere una posizione. Se così non fosse, Matteo avrebbe ringraziato  Barbara per buona educazione, rimarcando con immediatezza la propria  differenza ideologica. Come può un giovanotto con degli ideali di  sinistra rappresentare politicamente bene proprio Barbara Berlusconi?  Qualcuno tra i lettori più raffinati e democratici obietterà: ma queste  son divisioni del secolo scorso, da vecchia politica, anzi politicamente  scorrette e inaccettabili! E qui viene il senso delle parole del Papa.  Lo dicevano anche ai tempi degli ultimissimi antichi romani.</p>
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		<title>Alluvione bianca</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 10:02:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>istantaneo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Macché neve, che emergenza. Era arte. E quei provincialotti dei fiorentini non l’hanno proprio capito. Una performance a sorpresa di contemporaneità. Il titolo, lasciano trapelare da Palazzo Vecchio, era “alluvione bianca”, e &#8211; tanto per tacitare le opposizioni &#8211; come altri eventi organizzati dal nostro Assessorato al Buon Umore, non è costata un euro. Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Macché  neve, che emergenza. Era arte. E quei provincialotti dei fiorentini non  l’hanno proprio capito. Una performance a sorpresa di contemporaneità.  Il titolo, lasciano trapelare da Palazzo Vecchio, era “alluvione  bianca”, e &#8211; tanto per tacitare le opposizioni &#8211; come altri eventi  organizzati dal nostro Assessorato al Buon Umore, non è costata un euro.<br />
Un  successo clamoroso: quasi un milione di cittadini-attori coinvolti, tra  Firenze e provincia, e altri sette-otto milioni di spettatori che hanno  seguito l’evento nei telegiornali o su Facebook. Uno spettacolo a  “copione aperto”, per i larghi spazi lasciati all’intuizione creativa di  ognuno, ma tutt’altro che improvvisato. Una sala operativa stracolma di  artisti e psicologi della drammaturgia, dopo aver concordato durante la  recente merenda ad Arcore alcuni dettagli extracittadini (autostrade,  stazioni, aeroporto), ha consultato I Ching per rispondere alle diverse  esigenze che via via si presentavano. Il valore della performance stava  soprattutto nei suoi forti contenuti di denuncia sociale. Ogni fiocco di  neve che si accumulava, ogni granello di ghiaccio che si formava, altro  non era che un monito contro le pappe scodellate dell’efficientismo  tanto caro alla nostra città occidentale. In settantadue ore Firenze ha  smesso di essere Firenze per trasformarsi in Haiti, le isole Fiji, il  Tibet della spiritualità, la Siberia di Stalin e vedi Napoli e poi  muori.<br />
Dall’alto  degli elicotteri lo spettacolo era più facilmente leggibile: un  miscuglio di cumuli di neve, macchine intraversate e alberi divelti  formava in diagonale, dall’Osmannoro a Settignano, la scritta in corsivo  “a viso aperto”. Ma le vere emozioni artistiche erano nei quadretti  estemporanei offerti dai diversi angoli della città: la vecchietta  semiassiderata che, convinta di morire o almeno di sacrificarsi un  femore, provava per la prima volta a fumare una canna offertagli da un  giovane angelo del bello; la faccia del disabile che ha trovato  sull’auto abbandonata per disperazione la multa per divieto di sosta; il  maramèo degli autobus che circolavano sì, ma tutti in direzione  “deposito”.<br />
Insomma,  nonostante le malelingue pronte a criticare per partito preso, tutto ha  funzionato a meraviglia. Persino sul fronte ecologico, con un  abbattimento quasi totale delle polveri sottili e, soprattutto  risparmiando il sale. Sulle strade e in zucca.</p>
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		<title>La scure e la sega</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 19:54:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>romanzieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due contadini si recarono nel bosco per tagliare un albero. L&#8217;uno aveva una scure, l&#8217;altro una sega. Quando ebbero scelto l&#8217;albero che dovevano abbattere, cominciarono a litigare. Uno diceva: si deve abbatterlo a colpi di scure! Si deve segarlo, ribatteva l&#8217;altro. Intervenne un terzo contadino, il quale disse: non c&#8217;è bisogno di litigare, se la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due contadini  si recarono nel bosco per tagliare un albero. L&#8217;uno aveva una scure, l&#8217;altro una sega. Quando ebbero scelto l&#8217;albero che dovevano abbattere, cominciarono a litigare. Uno diceva: si deve abbatterlo a colpi di scure!<br />
Si deve segarlo, ribatteva l&#8217;altro.<br />
Intervenne un terzo contadino, il quale disse: non c&#8217;è bisogno di litigare, se la scure è ben affilata è meglio servirsi di questa; ma se la sega ha i denti aguzzi, perché non usarla?<br />
Afferrò la scure e colpì l&#8217;albero. Ma la scure era così poco tagliente che scalfì appena la corteccia. Allora prese la sega, ma non segava affatto.<br />
Il contadino disse: prima di litigare affilate la scure e aguzzate la sega. L&#8217;una non taglia, l&#8217;altra non sega. Poi avrete tutto il tempo per bisticciare.<br />
Ma quei due, ancor più innervositi dal fatto di possedere una scure che non tagliava e una sega dai denti smussati, si azzuffarono.</p>
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		<title>Salvezza di Dante, in Dante</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 08:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Sannelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[firenze]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Parlo in prima persona, come all’interno di un diario: come se parlassi di cose che mi riguardano. In realtà mi riguardano, e non solo nella veste – o nella condizione – di dantologo [a modo mio, sempre]. Parlo semplicemente, non ho nulla da difendere, e dico, per esempio: io non credo ad un Dante popolare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlo in prima persona, come all’interno di un diario: come se parlassi di cose che mi riguardano. In realtà mi riguardano, e non solo nella veste – o nella condizione – di dantologo [a modo mio, sempre]. Parlo semplicemente, non ho nulla da difendere, e dico, per esempio: io non credo ad un Dante popolare [i versi sui lettori in piccioletta barca, che devono tornare indietro, sono uno scoglio, rispetto ai doveri democratici]; quindi non credo ad un Dante preoccupato della salvezza dei contemporanei. O meglio: se Dante si pone il problema della salvezza dei contemporanei, il problema è posto perché quel mondo, quella umile Italia e quella Fiorenza lo interessano; e lo interessano perché la grandezza ha bisogno di humus, come il buon seme gettato in buona terra. <span id="more-739"></span>Oppure si devia dall’obbligo: iniziano la selva oscura, il delirio religioso e politico dell’Europa (per cui il buon fedele e il buon servo di partito si sviano), la degenerazione filosofica del poeta eletto; il peccato sessuale (perché SELVA è sempre l’anagramma del VASEL erotico: la nave della gita poetica e il sesso delle donne).<br />
Lo smarrito non ama essere smarrito. Lo smarrito è un privilegiato dalla nascita, e la sua vita nova, in nome della Beatrice, è iniziata prestissimo. Se di salvezza si tratta, è una salvezza personale, in primo luogo; ma tutto è in tutto, e Dante è e ha un corpo, come tutti: in questo senso Dante conosce una salvezza che può essere anche mia e tua. Ma solo in questo senso: perché nulla rende Dante un mio e un tuo fratello. Ora il nostro non-fratello è anche un autore giudicante, soprattutto per e contro le anime famose, da Ulisse a Federico II: per Dante ogni nome è il nome di un uomo celebre, e anche questo è un segno di spettacolo o di enfasi.<br />
Il fatto è che la Comedìa è anche un’invenzione, evidentemente. Eppure su questa invenzione Dante può permettersi di giurare, come nel canto di Gerione: lettore, io ti giuro sulle note di questa Comedìa, ecc. Com’è possibile? Dante ha bisogno di giurare sul suo testo – cioè su se stesso? E’ quasi la domanda di Nietzsche in margine alla Nascita della tragedia: come? i Greci ebbero bisogno della tragedia? Proprio i Greci. E perché no? Ne ebbero bisogno, visto che la tragedia esiste e vegeta ancora. Così Dante ebbe bisogno della commedia; o meglio: ebbe bisogno di un supergenere chiamato con il nome di un genere già esistente e collaudato: la Comedìa, la grande supercommedia, la commedia di tutte le commedie. E su questa commedia si giura, come se fosse verità: come se un evangelista giurasse sul proprio Vangelo.<br />
Ma Dante non ha mai visto i centauri e Gerione, e non è mai stato in compagnia di Virgilio. In realtà, il problema della salvezza IN Dante è solo il tema orgoglioso della salvezza DI Dante, anche come autore. E’ chiaro: la Comedìa è una fiction inattaccabile, e dove esagera nel giudizio può sempre trincerarsi dietro la categoria dell’invenzione. E poi, e non è un punto minore: Dante voleva salvare e isolare la lingua prematura, il volgare; voleva toglierlo ai primi amici e ai predecessori grossi. E a noi che importa? I problemi di Dante sono sempre i problemi di Dante: di nostro, in questo delirio, c’è il fatto che l’opera funziona solo se siamo disposti a sospendere il giudizio su chi giudica. Funziona se la leggiamo come se fosse il quinto Vangelo e la millesima favola: funziona se la decifriamo come si decifra un sogno, carico di molto vero e di molto falso. E forse, allora, si scatenerebbero alcuni effetti psicologici – o magici, ma è la stessa cosa – di cui non siamo consapevoli. E’ chiaro che il Medioevo non finisce, perché l’uomo stesso è un Medioevo: in fondo, il 2010 è pur sempre un anno in cui Alejandro Jodorowsky (dico un nome, uno dei nomi possibili) vive, vegeta, legge i tarocchi, scrive e insegna e cura, a modo suo. Ecco, l’attenzione dovrebbe andare ad un particolare: che il testo curi, benché sia un testo che glorifica l’autore, in primo luogo. Quanto a noi, non amiamo sentirci dire che siamo anime in piccioletta barca. Allora si diventa buoni interpreti del sogno – autoriale e autoritario, nello stesso tempo – di un altro.</p>
<p>[di massimo sannelli - scritto per il convegno di Fonte Avellana, maggio 2010, a cura di Alessandro Ramberti e Fara editore]</p>
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