Archivio per la categoria "antologia"

Luigi Gualdo, La canzone di Weber

(05-12-2009 - romanzieri in antologia. 0 commenti)

I

Era una vecchia casa che certo poteva contare un paio di secoli; grande, bruna, uniforme, coperta qua e là del verde severo dell’edera. Stava su di una piccola altura e vi si arri­vava per un lungo viale, tetro ed aristocratico, fiancheggiato d’ambe le parti da piante secolari. In fondo vedevasi un gran cancello di ferro irruginito dal tempo, che cigolava me­stamente ogni volta che lo si facesse girare sui malconnessi cardini. In confronto al vecchio castello feudale, le cui su­perbe rovine scorgevansi su di una collina poco lontana, la casa di cui parliamo sembrava nuova; ma se la si fosse para­gonata invece alle bianche casuccie e alla moderna chiesuola del villaggio sottoposto, inspirava già tutto il rispetto dovu­to alla vecchiaia. E benché non avesse, come il castello là in alto, veduto svolgersi tra le sue mura i tenebrosi drammi del medio evo, ed a’ suoi piedi passare i cavalieri vestiti di fer­ro, pure a molte e molte cose aveva assistito essa pure. Edi­ficata sul finire del regno di Luigi XIV, aveva avuto tra le sue sale le magnifiche feste di quel tempo, coi marchesi dalle enormi ed arricciate parrucche, con le belle dame dal viso dipinto e dall’occhio scintillante di promesse… tutte coperte di raso e di gemme, gonfie di gonnelle e d’orgoglio, più tardi aveva veduto le orgie della reggenza trasportate da Parigi al­le vie de Chàteau, e rammentava la cipria ed i talloni rossi dei gentiluomini e le bianche mani effeminate delli abbatini galanti.
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Italo Svevo, Le ire di Giuliano (commedia in un atto)

(04-12-2009 - romanzieri in antologia. 0 commenti)

Personaggi.
GIOVANNA

suoi figliuoli:
LUCIA
MATILDE
EMILIO
ROMOLO (dodicenne)
GIULIANO, marito di Lucia
FILIPPO

MARIA, serva di Giovanna

ATTO PRIMO.
Stanza ammobiliata con semplicità. Una porta a destra, una al fondo.
Un tavolo in mezzo circondato da tre sedie.

Scena prima. Lucia e Maria.

LUCIA (preceduta da Maria). Mamma è ancora a letto?
MARIA. Si sta vestendo! Sono appena le sette! E lei signora che raccontava sempre che prima delle dieci non si alzava?
LUCIA. Non ero nemmeno a letto!
MARIA. Ah! Hanno passato la notte fuori di casa?
LUCIA (con impazienza). Sì! Sì! va a vedere se mamma è alzata.
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Cletto Arrighi, Nanà a Milano

(03-12-2009 - romanzieri in antologia. 0 commenti)

ENTRATURA
Gli svegliarini critici dei nostri giorni sono tanto scorbellati, che se l’autore d’un libro non ha la precauzione di spiegarsi un poco, su ciò che ha inteso di dire e di fare, va a rischio di sentirsene a dir delle belle.
Per prima questione s’affaccia quella della scuola o del genere. Che ormai le panzane romantiche «fra il didascalico e il rompiscatole» a situazioni in sospeso, a caratteri tirati a pomice, e a personaggi tirati pe’ capegli siano andate giù di moda e non piacciano più neppure ai ragazzi non ci sarà forse a negarlo altro barbassoro, fuorché un professore famoso per un certo suo grido.
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Guido Gozzano, La casa dei secoli

(03-12-2009 - romanzieri in antologia. 0 commenti)

La casa dei secoli è il Palazzo Madama. Nessun edificio racchiude tanta somma di tempo, di storia, di poesia nella sua decrepitudine varia.
Il Colosseo, il Palazzo dei Dogi, tutte le moli ben più illustri e più celebrate, ricordano il fulgore, di qualche secolo; poi è l’ombra buia dove tutto precipita. Il Palazzo Madama è come una sintesi di pietra di tutto il passato torinese, dai tempi delle origini, dall’epoca romana, ai giorni del nostro Risorgimento. Per questo io lo prediligo fra tutti. Noi torinesi non lo sentiamo più, non lo vediamo più, come tutte le cose troppo vicine e troppo familiari, sin dall’infanzia, o lo consideriamo come un ostacolo non sempre gradito per la nostra fretta di attraversare la grande piazza. Non per nulla nel 1802 ne fu progettato l’abbattimento totale; si voleva liberare Piazza Castello della mole ingombrante; e sia lode a Napoleone I (benefattore dell’arte questa volta come poche volte fu mai) che intervenne scongiurando con un veto formale l’inaudita barbarie.
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Giacomo Leopardi, L’appressamento della morte

(03-12-2009 - romanzieri in antologia. 0 commenti)

Canto I

Era morta la lampa in Occidente,
E queto ‘l fumo sopra i tetti e queta
De’ cani era la voce e de la gente:
Quand’i’ volto a cercare eccelsa meta,
Mi ritrova’ in mezzo a una gran landa,
Bella, che vinto è ‘ngegno di poeta.
Spandeva suo chiaror per ogni banda
La sorella del sole, e fea d’argento
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Giosuè Borsi, Il capitano Spaventa

(03-12-2009 - romanzieri in antologia. 0 commenti)

CAPITOLO I.
Renato di Ravignac.

Renato di Ravignac, dei conti di Chateau-Noir, nato il quindici di Gennaio dell’anno di grazia 1608, a Tarbes in Guascogna; nel 1626 aveva, se i miei cal­coli algebrici non m’ingannano, la bellezza di diciannov’anni, nonché la pretesa di arric­ciarsi i baffi, quantunque essi somigliassero tali e quali ad una leggera lanugine nerastra, motivo per cui si sarebbe detto che il nostro Renato, la mattina, si dimenticasse di la­varsi il viso. Del resto, non c’è nulla di strano a supporre che non se lo lavasse davvero. L’epoca in cui viveva era altret­tanto fastosa quanto sudicia. La pulizia era considerata una specie di disonore, anche perché la pratica delle abluzioni era un uso religioso musulmano, indegno cioè d’un credente ortodosso. E se al Louvre imperava il sudiciume, persino negli appartamenti e fra le dame della bellissima Anna d’Austria, figuriamoci se non doveva essere sporco un gentiluomo provinciale, come il nostro gio­vine guascone. Il quale, del resto, a parte questo difetto del suo tempo, nell’età in cui cominciò ad avere le sue prime pretese virili, era già un bel pezzo di giovinotto, alto, traverso, atticciato, forte come un toro e d’un coraggio a tutta prova.
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Emma Perodi, Il principe della Marsiliana

(03-12-2009 - romanzieri in antologia. 0 commenti)

Dinanzi all’osteria di Muzio Scevola, in Trastevere, sventolavano un sabato sera le bandiere tricolori e quelle gialle a rosse del Comune di Roma, e dalle finestre delle casupole vicine pendevano tralci di lauro, ai quali erano appesi i lampioncini di più colori, pronti per la illuminazione. Sopra la porta dell’osteria vi era il ritratto di Garibaldi, circondato pure di lauro, e intorno a quello erano disposte le candele infilate nelle punte di ferro.
Sulla piazzetta davanti all’osteria stavano molti uomini aggruppati a capannelli e discutevano vivamente; alcuni appartenevano alla classe dei bottegai e portavano le catene d’oro pesanti attaccate ai primi bottoni della sottoveste, il corno di corallo penzoloni e le cravatte vistose; altri invece appartenevano al ceto dei cittadini, e la maggior parte al popolo minuto.
I cittadini, che erano in minor numero, andavano da un gruppo all’altro e posavano familiarmente la mano sulle spalle dei popolani.
A un tratto, nel veder scendere da una botte un giovinotto sbarbato e vestito correttamente di saia turchina, tutte le conversazioni cessarono, i capannelli si scomposero e la folla si spinse verso di lui.
Il giovinotto distribuiva strette di mano a tutti, salutando ciascuno per nome.
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