(23-07-2007 - romanzieri in altro77. 0 commenti)
“Sporchi fumettari” degli anni Settanta, tra satira, paranoia e boria quotidiana
«Quanto più esiste in un periodo storico uno scollamento tra le diverse forme di cultura (e di arte), tanto più la produzione culturale nel suo complesso risulta disomogenea e lo spazio che si lascia alle sottoculture si amplia». Così Franco Serra, in Mordere il frutto contaminato, descriveva nel marzo 1979 gli effetti dei condizionamenti culturali sul fumetto italiano, e non solo, di quel periodo.
Pochi anni prima era stata formulata l’idea della “spirale del silenzio”, «quel processo in cui si forma un’opinione pubblica nuova, giovane o si diffonde la trasformazione di una vecchia opinione pubblica»… continua su Andrea Spartaco blog
(09-03-2007 - romanzieri in altro77. 2 commenti)
C’è il timore che nelle riletture “ad usum quattrini” che continuamente si fanno attorno al ’77 si dimentichi, e con intenzione, la curiosa povertà tecnica con cui certa cultura si faceva strada, affidando alle sole idee il suo potenziale. In tempi in cui anche l’ultimo imbecille può autopubblicarsi in qualche clic e scimmiottare opinioni di charme per la sua tribù plaudente, può addirittura stupire il termine eliografia. Eppure è con questa tecnica che venivano stampate un bel po’ di “cose” alternative di quegli anni.
La tecnica, risale all’Ottocento, ed è stata inventata da Joseph Nicephore Niepce, e consisteva nel lasciare impressionare dalla luce uno strato di bitume di Giudea, come per alcune incisioni. Sembra che Niepce arrivò ad inventarla per tentativi, spinto da una pessima capacità di disegnare, e dunque provando a utilizzare disegni e incisioni altrui. Ancora una volta la spinta alla modernità degli anni Settanta faceva leva su questi “artigianati” antichi. Tempi in cui il fattore tempo e immediatezza dovevano inginocchiarsi per forza al fattore idee. Puzz, fondata da Max Capa e diretta da Marcello Baraghini, era solo una di queste esperienze, che ne generò moltissime altre, spesso in localissime e irrisorie tirature. Il concetto chiave era quello di scardinare i flussi di pensiero corrente, giocando su particolari contrasti di significato. Nel caso di Puzz, rivista di sballofumetti, il sottotitolo recitava: disapprovato da Walt Disney!
Uno degli aspetti più interessanti di questo modo di creare, era la gestione di immagini di noti personaggi con l’uso di fumetti dai testi dissacranti. Una sorta di doppiaggio visuale. Questa tecnica può apparire banale, ai tempi di photoshop e youtube, ma il risultato comunicativo toccava spesso punte di genio, poiché manteneva l’esercizio di una satira spontanea (dal popolo dei senza tecnica) in una vivacissima dimensione di sintesi.
Nasceva in pratica una modalità di narrazione con un altissimo potere di contaminazione tra reale e fantastico, nella quale avrebbero poi messo radici i più moderni sistemi di comunicazione, dal blob televisivo ai blog. Con una differenza sostanziale: l’uso del tutto critico e senza forma dei modelli (lo scardinamento del modello stesso), al posto dell’omologazione. Per quanto oggi si faccia un gran ciarlare di “rivoluzioni” che partono dal basso.
(07-03-2007 - romanzieri in altro77. 0 commenti)
Non più tardi di una settimana fa, a Pontedera, famosa quasi solo per la Piaggio, si è tenuto un convegno sul tema dell’arte ambientale, ovvero quella (se opportuna) da inserire nel tessuto sociale e urbano delle città grandi e piccole. Il convegno è funzionale alla recente posa in opera di un muro dell’artista Enrico Baj, che, a prescindere dalla grandezza artistica, è lungo cento metri e alto tre. L’artista poté solo progettarlo quel muro di pitture, con le istruzioni per realizzarlo; poi nel 2003 morì. A Pontedera, per realizzarlo, ci hanno messo un anno di lavori, praticamente tutto il 2006.
Ieri è morto Jean Baudrillard. Santa Ignoranza o Beata Memoria Corta, nei meritati (ma forse inopportuni) epitaffi mediatici, non ricordano il nesso tra Enrico Baj e Baudrillard, due grandi vecchi che affondarono le loro radici e per motivi diversi anche nel nostro ’77. Anni che avevano bisogno di digestione lunga, tanto che si dovrà aspettare l’agosto del 2000 per scoprire nelle pagine estive (in mezzo a varii intrattenimenti da spiaggia) di un quotidiano (il Corsera) una sorta di confronto-intervista a firma di Enrico Baj, verso Baudrillard. Tema dell’articolo, ricordiamoci che era il 2000: la “fragilità creativa” del presente e la negazione dell’identità del virtuale. Il senso della discussione non mancava di interpellare Heidegger e Ceronetti e, per metanarrazione anche altri, da Rousseau agli antichi greci, passando per quella selva di nomi più o meno d’élite intellettuale che qui sarebbe inutile citare almeno quanto lo è altrove. Rimangono però le due parole chiave: creatività e identità. Temi su cui si gira attorno da sempre e che videro un delizioso (quanto - forse e perché - imprevisto) passaggio dal dire al fare proprio nel ’77. Anni in cui “La società dei consumi” (il Mulino, Bologna, 1976) e i vangeli artistici alla Enrico Baj irrompevano nei dialoghi persino alle medie inferiori e nelle famiglie meno emancipate. Tanto che poi non casualmente capiterà di assistere a più o meno lunghe elucubrazioni nelle agenzie di pubblicità degli anni ’80, sulla scia di ricordi più o meno rivisitati in chiave marketing, per l’uno e per l’altro.
Su questa poetica del fare e del pensare, di crisi della creatività (ma la tradizionale è di per sé in crisi non appena esce fuori, se no che creatività potrebbe essere?) si riempirono nel ’77 un sacco di quei luoghi “non deputati” (eppure non troppo nel ghetto) con un senso di (ri)appropriazione degli spazi urbani e sociali, e in un’ottica di moltiplicazione delle identità. Poi, i pubblicitari bravi (ma perché?) lavorarono sul paradosso di creare da quelle riappropriazioni e da quelle identità moltiplicate, le chiassose e sintetiche immagini di marca e i target. Immagini di marca e target che, come previsto dagli adolescenti senza nome che affollavano le assemblee di trent’anni fa, non si sarebbero accontentate dei soli media (che all’epoca non contavano quasi nulla) ma sarebbero debordate nel tessuto sociale e urbano dei luoghi, in forma di muri e muraglie, di teatri e altri grandi eventi “sponsorizzati” monchi di un loro “valore” originario. Un ciclo che si chiude, e sarebbe l’ora, e di cui la dipartita di Baudrillard è un andarsene senza nemmeno sbattere la porta.
(27-02-2007 - romanzieri in altro77. 1 commento)
Italia, una città qualsiasi, 1977, ora di colazione. Puoi notare sulla tavola apparecchiata i bicchieri in vetro marrone abbinati ai piatti, trasparenti, dello stesso colore. Tovaglia e tovaglioli, forse in terital, sostengono posate pesanti in acciaio un po’ retró. Se le osservi puoi già notare una piccola rivoluzione in atto. Quelle posate appartengono al servito buono di un matrimonio anni ‘50. Se i tempi non fossero cambiati, non sarebbero mai state usate, o almeno non quotidianamente. E’ attraverso la scelta delle posate che avvertiamo il primo discrimine: la società sta cambiando, cambiano i colori, i materiali, il valore della ritualità del bisogno primario di nutrirsi… non cambiano gli ingredienti. Sui fornelli, in pentole di alluminio o metallo smaltato, bolle una tradizione che nessuno dei commensali ha intenzione di cambiare.
Immaginiamoli, i commensali: madre e padre operai (quando ancora c’erano le classi) sindacalizzati, due figli a scuola, dei quali uno appartenente al movimento e l’altra (femmina, ma solo per comodità redazionale) disinteressata alla politica. Per rendere più completo il quadretto familiare è verosimile avventurarsi nel credere che il figlio abbia appena partecipato a una riunione di organizzazione di una manifestazione non autorizzata dalla questura e che forse finirà con scontri; la ragazza, invece, ha prontamente approfittato, al momento di rientrare a casa, del bagno di un bar per sostituire la minigonna indossata con un più opportuno (ah, il quieto vivere delle famiglie) paio di jeans.
I quattro si mettono a tavola. Spesso hanno l’abitudine di discutere (anche animatamente) di tutto. La loro, come tante, è del resto una famiglia molto lontana dalla televisione a capotavola (che fa portierato), una famiglia “dove” si parla!
In altre case lì attorno, ma ovunque anche altrove, si ripete più o meno la stessa scenetta, magari in drammaturgie più complesse. In tutte però il cibo è un valore primario d’unità delle generazioni. Dalla digestione di quel cibo, ancora sul livello del bisogno primario, dovrà passare la fase più delicata della rivoluzione in atto (ma chiamarla rivoluzione non è esattissimo). Le culture esterne, del resto, premono. Hanno lasciato passare di tutto, persino le armi, ma sul cibo no pasdaran. Congressi degli anarchici o covi dei brigatisti, feste dell’unità o festival del proletariato giovanile… ovunque, a partire dall’iconografia, è più facile trovare due uova al pomodoro, o le zucchine sott’olio della nonna, piuttosto che un “prodotto alimentare”. Per crearli ci sarà bisogno d’una perdita d’identità. Ancora meglio se la sensazione può essere quella di una “ritrovata” identità. Una questione politica dunque, come (forse) tutte le altre in cui il marketing lavora.