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Novelletta correggese

Vado a Correggio a dicembre, inizia e finisce un seminario su Tondelli. Nel centro di Correggio incontro persone che l’hanno conosciuto. Lo conoscevano tutti. «Lo conoscevamo bene». Lo conosciamo ancora. Chi non l’ha conosciuto sembra conoscerlo, quasi meglio. Ed era religioso, dicono. Ma gli amici: era omosessuale e molto pieno di desiderio, sempre. Andavamo tra i nudi, andavamo molto nel mondo; abbiamo molto bevuto, dicono. E: a Correggio, sai, lo disprezzavano… E conoscevano ROSANNA – l’ho amata al solo nominare, come luce che ho condiviso, anch’io in altri anni, di bambino – ma Rosanna «la perdo a Milano», e io la riperdo.

Massimiliano non pensa che l’amico – è la quarta o quinta volta che parlano in otto o nove anni – non sia omosessuale. Il secondo ha leggera la voce e poca, fioca. Sembra ciò che non è. Voce da donna è voce di donna; un uomo non è una donna. Ecco la realtà, anche nella forma mentale di chi fa poesia. Ma il mio amore non si è manifestato; e non qui si manifesterà bene. Non ho mai amato gli uomini, non ho mai amato un uomo; con molta forza ho adorato un uomo, ricordo; era il 1994, il 1995; poi no, non più. E ho amato «un porc», ricordo, ma – amici buoni, sorella – quello non era Verlaine.

Due notti fa: -vuoi dormire con me? Non il sesso, veramente… Solo abbracciàti…

Ha parlato un uomo. Rifiuto l’abbraccio (non quello del trans, a Rimini; in un’altra notte; ma quello non era il desiderio; era altro, ed è stato puro; e ti attirava, in lui, quello stigma nel corpo, quei fianchi strettissimi, di uomo); rifiuto anche la compagna – ci fu – che chiama: -io sono sempre feconda, facciamo una bambina, facciamo Caterina; te la regalo, poi sparisco. Rifiuto l’abbraccio. Chi compra non ama. Chi apprezza questo è morto.

Non è bello aver visto che la lotta su Tondelli riguarda l’essere, gay o no, e Dio, adorato o negato. Enos ha trovato bello un uomo – a me non pare bello, e lo dico –, e lo dice camminando verso l’entrata di un locale. Dove, seduto, leggerà ancora la pagina del giovane scrittore, che non «è etero», che scrive sulla povera piazza-parcheggio, dedicata a Tondelli, vicino al condominio di sette piani: lì, al sesto, abitava Vicky, al terzo Ligabue; e che è solo un parcheggio di automobili, con alberi magri, e sempre magri alberi, accanto al tempietto della Vergine; che si indovina campestre e fuori porta; e oggi è negato. E non è bello. Non è buono neanche questo, di me, non sopportare più voci: ché – il frate asino dice – io sono un alito di vento, una specie di cosa naturale. Spera che non se ne senta la mancanza, se dispare. Chi ha nostalgia dell’acqua? L’acqua è tanta. Neanche il Cristo dipinto, il volto di agnello biondo e mansueto, «è dell’Allegri»; eppure lo trovo bello. E perché non sono solo? Perché? Indovina. Già volevo esserlo, ma arrivano due uomini. Non è bello ripetere che Vicky godeva, che Vicky ha goduto molto. Arìn bucìn, dunque – con tutto quello, pura filastrocca emiliana, che segue. L’asino ricorda che Leo è infelice per il dolore di sua madre; ma nessuno muore a 36 anni senza averlo, veramente, voluto. Lo sai tu, ma non lo sanno tutti. Enos, in un lampo, di notte, sembra quasi ammetterlo, «era autodistruttivo, beveva», ma io lo so da prima. Poi si parla d’altro, ancora, in pura finzione letteraria.

C’è troppa personalità, in questi segni. La videoscrittura li elimina in un soffio: non sono belli i segni graffiati, sul treno, sopra una carta, quasi massacrata. Ho studiato e guardato. Ma non studio e non guardo più. Tanto lavoro è stato contorto, troppo. Chiara, sorella, inizia un percorso alto. Finalmente Massimo rientra in una sua condizione. Questi figli, i figli, crescono e si inoltrano. Di notte ha pianto, disperatamente, e non pensava al dolore del mondo, pensava solo al Sindaco nel film Chocolat: l’uomo composto entra e mangia cioccolato a chili, di notte, come un ladro che veglia. E si rende brutto mangiando, e rovina i vestiti. Massimo ha pianto, perché si riconosce nella caricatura (non si tratta di altro); si riconosce in questo mangiare per essere visto e non goderne; nel deformare i tratti, mangiando come non si deve, nella speranza che qualcuno arrivi, e perdoni, e dica «tu sei libero». Nel film avviene, arriva colei che «segue il vento» e rialza l’uomo. Al mattino telefona Marco, ride, porta il bene al fratello. Che scherza su una volontà di sparire a cui – forse – non si dà più peso, giustamente.

Vorrei che tutti questi segni fossero persone. Desidero il loro affetto, cioè il loro silenzio intorno a me. Essi parlano, e parlino, come io non. Ho chiesto ai segni una mano, che protegga gli occhi e li schermi bene. Ho pietà per Tondelli, di cui si parla, come si usa un vessillo per dire: non è tuo, è mio.

# Pubblicato da Massimo Sannelli in letteratura ~ 20.12.06 12:43 permalink