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La Poesia al braccio della Prosa. Un'allegoria

«Montale non è in grado di muoversi senza dare il braccio a qualcuno»[Giulio Nascimbeni, Corriere della Sera, 11 dicembre 1975]. Il vecchio Montale che si appoggia al giovane cameriere Aldo Busi[Seminario sulla gioventù, Mondadori, Milano 1996, pp. 170-171] è una maschera buffa, che emana buone cose e pessimo gusto: «[…] sembra un pachiderma alcolizzato del tutto incapace di fare sia il male che il bene – una forma fisiologica gelatinosa compattata dal fatto di aver prodotto la poesia giusta al momento giusto e di essersela saputa poi amministrare per tutti gli altri decenni a venire»;

e questa coppia in cui nulla è condiviso o condivisibile (né l’origine, né il cursus honorum, né l’orientamento sessuale, né la scelta stilistica della prosa o della poesia come genere preferito, né l’età, ecc.) si mostra comicamente allegorica: vecchiaia e morte della poesia laureata e borghesissima (che fa il poeta), continuità e vita del Romanzo (che fa il cameriere) che uccide ugualmente la Vita e la Morte.

Nel discorso – molto sfilacciato e afono – per il Premio Nobel, Montale accenna due volte ad una prosa che, bene o male, può assorbire la poesia: «c’è poesia anche nella prosa, in tutta la grande prosa non meramente utilitaria o didascalica», «Molta poesia d’oggi si esprime in prosa. Molti versi d’oggi sono prosa e cattiva prosa. L’arte narrativa, il romanzo, da Murasaki a Proust, ha prodotto grandi opere di poesia». Allora: nel tempo della musa-precarietà la Poesia si appoggia al braccio del Romanzo, illudendosi di resistere e quasi cercando un’investitura impossibile del Romanzo come suo successore. Ma il Romanzo si libera presto della Poesia e, non contento, la beffeggia: «[…] e allora l’ho mandato intimamente a quel paese»[Seminario sulla gioventù, p. 176]. L’estremo biglietto di Montale a Clizia ha come perno una frase da leggere secondo la stessa allegoria: una prosa cedevole non è poesia e il poeta – che non è più nel fervore della poesia come altra struttura dalla prosa – cede. Perciò «Forgive my prose» [Lettere a Clizia, a c. di Rosanna Bettarini…[et al.], Mondadori, Milano 2006,].

# Pubblicato da Massimo Sannelli in interventi ~ 13.12.06 15:37 permalink