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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
Per Tondelli (1991-2006)

Dato che il seminario di Correggio è anche l’occasione per un confronto dialogico – e quindi per presentare dubbi e progetti – vorrei riflettere su un problema che non è semplice fantaletteratura o esercizio di stile critico: è auspicabile e possibile un’antologia di Tondelli narratore ? se sì, con quali contenuti? identificati i contenuti, quale sarebbe il fine di questa antologia?

Il problema nasce dall’evoluzione dello stesso Tondelli, e questa evoluzione che mima in un solo uomo la coesistenza (nell’àmbito gigantesco della letteratura italiana: un Palazzo, anche nel senso del Potere) del comico-realistico e del dolce stil nuovo si presta bene ad un’antologizzazione. Ma questa antologia dovrebbe essere equilibrata, rispetto alle due parti del percorso, e rappresentarle con la stessa importanza? O dovrebbe sacrificare un po’ del comico-realistico per accreditare un Tondelli nato dalla/alla fine (Camere separate e Biglietti agli amici, più le future Sante messe)? Poiché, forse, è questa la vera ultima volontà dell’autore, negli ultimi mesi di vita. Oppure dovrebbe essere privilegiato il versante magmatico e barbaro, come più moderno e perché, veramente, nuovo? E ancora, una raggiera di problemi metaletterari: quali diritti abbiamo sopra l’opera di un autore? che cosa significa «ultima volontà» di un autore? E se l’autore muore giovanissimo? Altri libertini apre orizzonti espressivi e svela una realtà hard e porno; Camere separate consola l’infelicità e la diversità, del suo autore e del lettore che si riconoscerà nel libro. Cioè le due strade sono completamente diverse: o sono la stessa strada, vista dall’inizio e dalla fine?
Una mentalità en poète vede in Altri libertini il libro di un uomo che può vivere e in Camere separate la summa intellettuale e sentimentale di un uomo che deve morire presto. Ma questa – è critica della letteratura o mitologia? E’ il «bisogno» greco della tragedia, di cui parla Nietzsche? E una critica letteraria ha il diritto di costruire strutture IRRAZIONALI (come quelle che io stesso sto sperimentando, anche ora)? E ancora: un’antologia tondelliana dovrebbe cercare, e preservare, le belle pagine o le provocazioni intellettuali più scottanti, anche scritte – in un certo senso – ‘male’? La prima notte d’amore di Bruno e Aelred e di Leo e Thomas o l’iniezione di eroina nel pene eretto di Bibo? In realtà non abbiamo ancora capìto una Cosa; né abbiamo capìto che in uno scrittore consapevole ogni effetto è voluto («Ma… a me piace avere anche delle pagine un po’ sporche, un po’ materiche, un po’ grumose, come quando in un quadro si vede la materia, la pennellata, il gesto dell’artista. Allora mi interessano anche quelle pagine non proprio nitidissime o lavoratissime, che abbiano però in sé ancora la traccia del gesto della scrittura») .

2.
La vita di Leo «è ormai troppo indistricabilmente legata allo scrivere» e «questa sola cosa gli importa»: la cosa che importa è lo «scrivere» e, in una bella ambiguità, probabilmente voluta, il legame indistricabile dello «scrivere» e della vita. La cosa è un destino più forte della volontà: «e è questa, non lui, a dirigere gli spostamenti interiori della sua vita» (CS, p. 1101) (e gli spostamenti esteriori appartengono al corpo, allora: che non è immediatamente responsabile della scrittura). La Cosa, religiosissima (anche etimologicamente, per il legame che comporta), sarebbe il vero argomento della nostra antologia. Cioè saremmo i filologi e i compilatori di una Vita: la materia più intoccabile e più degna di rispetto, in ogni caso. E poiché Camere separate è un poema sulla diversità di chi scrive, e non dell’omosessuale tout court, l’antologia riguarderebbe la Diversità. Dovrebbe riguardarla, almeno; o forse saremmo atterriti dalla carica terroristica di una vita che non va nella direzione di un consumo cauto, di un divertimento dovuto, e di una rinuncia alla libertà volgare. Nel Mestiere di scrittore Tondelli va oltre: la scrittura «è una situazione che imbarazza e che, anche nei rapporti sociali, è considerata assolutamente sconveniente» (Il mestiere di scrittore, p. 35): così come è sconveniente la nudità/sessualità.
Per inciso, e per ribadire: anche l’esordio di Aldo Busi, anno 1984, nell’intervallo tra Pao Pao e Rimini, è – con Seminario sulla gioventù – l’estremizzazione di una distanza dalla vita non scritta. Solo lo scrivere conta, come ultrafilosofia che va oltre amore e consolazione, e quindi: «[…] che resta di tutto il dolore che ho creduto di soffrire? Niente, soltanto delle reminiscenze contraffatte, delle fiabe apocrife» . L’explicit di Seminario sulla gioventù è parallelo all’incipit, famosissimo («Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani?»); e la disillusione autoironica e distruttiva («Niente, neppure una reminiscenza», o solo «reminiscenze contraffatte») è parallela al non-credere di Leo/Tondelli (CS, p. 1102: «La sua sessualità, la sua sentimentalità si giocano non con altre persone, come lui ha sempre creduto, finendo ogni volta con il rompersi la testa, ma proprio nell’elaborazione costante, nel corpo a corpo, con un testo che ancora non c’è»). Forse il giudizio edonistico sugli anni ’80 è impreciso: se è anche il tempo di una filosofia della scrittura, elevata sia a norma di vita sia ad argomento della scrittura. E, per inciso, la continuazione del lavoro di Busi porta alle estreme conseguenze («siate suicidali», rispetto alla tentazione di vivere invece che di scrivere) l’inizio.
Dunque: non pornografia, o non la pornografia come fine, ma la passione e la disperazione della Cosa. E in Busi: non una decadenza (è un luogo comune) dal fuoco del Seminario; in Tondelli: non un imparadisamento (Camere separate) dopo la bestemmia di Altri libertini. Bisogna cambiare lo sguardo: la quantità di conoscenza implicata da scritture che estremizzano e testualizzano la Cosa è troppo seria per banalizzarla sotto l’aspetto del «pensiero di un autore»; ché questo pensiero si dilata come una specie di unico intelletto espanso ed espansibile, e bulimico (mangiare la realtà, digerire, ecc., secondo una metafora – che è pura realtà – inventata da Pasolini e assunta da Tondelli), di scrittore in scrittore. La domanda a che cosa serve la vita? ha per lo scrittore (e per lo Scrittore, Busi) la stessa forma e pronuncia, e un significato completamente diverso e separato: a che Cosa serve la vita? A fare una Cosa. Dilaniando ancora: che Cosa serve la vita? La Cosa.

3.
Vedrei l’antologia come un magma sincronico, con una divisione ‘medievale’ per generi, esattamente come nei canzonieri più consapevoli. Metterei, decisamente, tra parentesi (con adeguate sinossi e apparati di note) le distanze cronologiche; e sottolineerei la coerenza del decennio 1980-1991 di attività narrativa di Tondelli. Esalterei la paradossale, ma vera, unità dei diversi stili di Tondelli. Per spiegare: coerenza non tanto nei temi – è chiaro che Altri libertini non dialoga con Camere separate – quanto nella distribuzione degli stili, il comico e il dolce, sotto l’egida della Cosa. In realtà l’inizio e la fine non dialogano come persone che si confrontano, ma si pongono come forme speculari. Le due parti di una clessidra, in un certo senso, accomunate dall’essere serbatoi ancipiti. Così come è profondamente ambigua la sostanza della conoscenza che avviene per via di letteratura. La strada è unica; e la brevità della vita biologica di Tondelli – e la maggiore brevità della sua vita letteraria – comporta una tragedia, perché una vita si spegne anzitempo. Ma da un punto di vista critico è un’occasione per verificare, come in un laboratorio, che «questo nostro pauroso vagare» (Pao Pao, p. 333) è, se si tratta della vita di uno scrittore, un solo atto, al servizio della Cosa.

***

Rielaborazione dell'intervento letto a Correggio nel dicembre 2005, ora in corso di pubblicazione

# Pubblicato da Massimo Sannelli in interventi ~ 22.11.06 10:54 permalink