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Essere uno scrittore

1. Cosa vuol dire, oggi, essere uno scrittore?
2. Che tipo di messaggio ritiene di trasmettere ai lettori?
3. Lei pensa che l’Italia possa offrire ancora scrittori degni di tale nome?
4. Gli scaffali delle librerie continuano a essere saturati da proposte insulse e banali, analogamente a quanto accade in televisione coi programmi spazzatura. Tale orientamento rispecchia davvero i gusti del pubblico?

5. Che spazio avrebbero, oggi, scrittori come Pavese, Calvino, Moravia, Pasolini, Gadda, Buzzati, Sciascia, Silone, Carlo e Primo Levi?
6. Esiste un modo differente dal compromesso per approdare alla grande industria editoriale?
7. La situazione stagnante dell’editoria italiana favorisce il proliferare degli editori a pagamento. Qual è il suo parere in merito?
8. Tanti scrittori inesperti cascano nelle grinfie di personaggi senza scrupoli, pronti a dissanguarli con promesse di servizi e promozioni che non potranno mai garantire: spesso non hanno neanche una rete distributiva. Nei casi più fortunati, l’autore ottiene delle copie che potrà rivendere ad amici e conoscenti, ma si renderà subito conto di aver buttato via i propri soldi. A volte, il libro non verrà nemmeno stampato. Molti scrittori noti ne sono a conoscenza ma, eccetto rarissimi casi (Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault”), preferiscono tacere. Non crede che “parlarne” sarebbe un modo efficace per arginare il fenomeno?
9. Il filosofo-matematico Bertrand Russell annovera l’invidia tra le principali cause di infelicità che affliggono l’uomo e la considera un male endemico tra colleghi. È forse questo che rende gli scrittori affermati così indifferenti?
10. Il problema, in verità, è più generale: una sorta di “nonnismo” diffuso nei confronti dei giovani – oggi dilagante attraverso nuove forme di sfruttamento (laureati assunti per tre mesi nei call center, contratti a progetto, etc.) – un fenomeno che riguarda non solo il mondo letterario, ma anche le professioni, il lavoro dipendente, la finanza, la ricerca (fuga dei cervelli), il giornalismo… Non pensa che i giovani potrebbero costituire una risorsa preziosa per il paese?
(domande di Pasquale Giannino)

RISPOSTE

1
È più facile chiedersi che cosa non voglia dire e che cosa non voglia più dire “essere uno scrittore”. Bisognerebbe anche specificare se in Italia o no. Molto in generale, ora: essere uno scrittore non vuol dire inserirsi in una corrente. Né incidere ad alto livello – in grande “stile”! – su un tessuto già pronto (e già infetto). Vuol dire: professare (e profetizzare: senza enfasi) una diversità che – dopo otto secoli di tradizione italofona – appare sempre meno durevole; e nonostante questo continuare: beatitudine nell’anarchia, beatitudine nel disperdersi in molti rivoli (attività, non sempre e non solo culturali; e il sangue – il proprio – compreso), ridere e piangere. E vorrà dire, comunque: scommettere su alcune possibilità attuali e viventi, tanto più che l’apertura nei loro confronti le renderà meno precarie, in tutti i sensi, e più adatte a sopportare certi pesi.

2
Non ho un “mio” messaggio. Ciò che è mio, e proprio in quanto MIO, è nullo, dal punto di vista della carità (che “non si gonfia”), della solidarietà (che guarda l’altro), della religione (che adora l’Altro), e dell’arte (che aspira, per statuto, ad una specie di sostituzione/sovrapposizione della parola alla realtà, anche in forme e con effetti rituali, prima ancora che politici). Il (mio) messaggio è un vuoto da riempire, che anticipa di poco il momento in cui bisognerà rendere accettabile, pulita e utile la decadenza del popolo antico (noi) e la sua sostituzione con quello che Eugenio De Signoribus chiama “popolo futuro”. Non sto formulando un’allegoria civile, ma un quadro realistico: i vecchi italiani sono morti che camminano, i nuovi – pelli di altro colore, altre tradizioni e formae mentis, in tutti i sensi – sono vivi che devono sbocciare, tra noi e dopo di noi. L’Occidente – e l’Italia che fu culla di Roma sarà anche l’anteprima del tramonto della “terra del tramonto” – sarà sempre più battezzato dal nuovo.

3
La letteratura non ha esitazioni, in nessun tempo. Ciò che deve nascere, nasce. Mi permetto solo di dire che ottocento anni di letteratura italiana ci hanno insegnato, ormai, chi e che cosa passi e chi e che cosa non passi: naufraga l’enfasi (per prima), naufraga l’imitazione come principio assoluto, naufraga il compromesso enfatico con il potere, naufraga l’espressione privata che rappresenta un uomo e solo un uomo. E soprattutto: naufraga tutto ciò che non viene accompagnato da corpi carismatici, anche deformi – ma carichi di una dolcezza violenta; o di un sorriso senza pari… come quello di Leopardi – o da beautiful minds offese dalla malattia; ma corpi e menti tali da sedurre. Non parlo di sensualità del corpo dello scrittore, e di effetti sensuali, ma di un’incarnazione della vera parola (vera in quanto quello scrittore non potrebbe legittimamente enunciarne un’altra) in un vero corpo (il corpo che compete a quella parola). Parlo con l’irrazionalità che è dovuta a questi argomenti. Nemmeno in letteratura possiamo dirci non cristiani, anche quando non lo siamo: perché, senza corpo, e senza morte, e senza ferite (atroci) e senza resurrezioni, l’insegnamento di Cristo stesso è astrazione e vanità. In piccolo, è così anche nella letteratura dei Paesi in cui Cristo è stato conosciuto. In ultimo: uno scrittore, oggi, dovrebbe aprirsi ad un’operatività non più e non solo nazionale, dunque non solo italofona. In caso contrario, sarà la glossa inutile ad un percorso che si avvia alla dispersione: la glossa della glossa della glossa, e ancora peggio.

4
Quanti italiani sono veramente italofoni? Quanti pseudoitalofoni sono in grado di capire un libro (qualsiasi libro)? L’esplosione del reality show è parallela, in modo inquietante, al fiume di antologie poetiche degli ultimi dieci anni. E non è un caso: perché si tratta, nel reality e nell’antologia, di rappresentare l’apparenza dell’essenza, cioè bucce e superfici, ma non contenuti. Il contenuto coincide con l’enunciato o con la pura presenza. Ma è bene liberarsi di un equivoco: mettere davanti al video un corpo non vuol dire parlare di un corpo. Lo spettatore vedrà un video su cui appare un corpo: ma prima di tutto il video acceso (e se stesso spento davanti al video). Così l’antologia sarà guardata più come oggetto e merce che come contenitore di contenuti. E i “gusti del pubblico” sono conosciuti bene, perché guidati dall’alto: il marketing è una scienza, e la “psicologia del marketing” è scienza, allo stesso modo. Devo dire che per carattere e per formazione sospetto della differenza (che a me pare artificiale e tronfia) tra “essere” e “apparire” e tra “forma” e “contenuto”: ma – a parte il fatto che è più comodo illudersi che sapere di non sapere – chi sopporterebbe di apparire e basta o di essere e basta? O icona-roccia-natura o grande santità (che agisce). Solo (un) Dio lo potrebbe compiutamente. Solo un essere immortale e onnisciente ne sarebbe in grado senza morire o sprofondare nella più grande vergogna del mondo.

5
Gli scrittori che Lei nomina sono talmente diversi, in tutti i sensi, per dignità o per compromissione, da non poter essere paragonabili, se non a grandi linee. Li accomuna, genericamente, l’appartenenza a quello che per noi è il passato. Il passato non olet, visto ora. Però puzza molto il presente: e lo spazio che, sempre in generale, spetterebbe a questi scrittori, se vivessero, dovrebbe essere – per avere rispettabilità e ricadere positivamente – non più e non solo di stretta osservanza umanistica.

6-7
Tra l’oscenità per cui “tutto è un compromesso” e l’utopia in cui “non c’è il compromesso” ci sono sfumature accettabili o desiderabili. La nostra vera malattia è il sentimento del tempo: il successo editoriale a breve termine (Lara Cardella, Melissa P) o in un solo periodo (Guido Da Verona, Pitigrilli) equivale a nessun successo, dopo. E senza un salvataggio critico e culturale entro pochi anni, il naufragio dell’ex-successo è sicuro. La nostra purezza rispetto al compromesso deve essere accompagnata, sempre, dalla consapevolezza che la durata è un fenomeno inaggirabile, anche dalle strategie del marketing. L’investimento e il rumore pubblicitario su una merce-libro non possono competere con il fenomeno del tempo, contro il quale l’uomo non può nulla. E il tempo è la (propria) morte e la deperibilità delle merci: compresa la merce-libro. La nostra vanità, l’insensibilità al tempo e l’illusione che il tempo sia a favore dell’uomo comportano – da un punto di vista grosso modo filosofico, ché non è sempre utile parlare sempre e solo di merci-denaro-oggetti – “il proliferare degli editori a pagamento”. Ma il problema non è tanto la loro esistenza di per sé, quanto l’inesistenza di lavori di editing pesante e costruttivo (e vincolante per il futuro degli autori), la speranza di ergersi a testimoni di qualcosa che non si è degni neanche di nominare, ecc. La voracità degli editori a pagamento – quelli non seri (e molti sono seri, e non voraci) – è garantita da una certa complicità degli autori, per ignoranza, orgoglio, o incomprensione della logica del tempo. Quando è rivolto a libri non banali, né artisticamente né contenutisticamente, l’editing può essere considerato un’opera di mediazione (positiva, in quanto mediazione) tra l’io dell’autore e l’io dei possibili lettori (visti come testimoni, non come carne da macello del commercio librario), oltre che tra questo tempo e il tempo che verrà dopo. Per quanto mi riguarda: ho considerato l’editing come una parte non piccola e non minore del mio lavoro: Zallio, Diavoli, Fichera, e altri, e da ultimo La Merca di Chiara Daino, sono possibilità iniziali e iniziate, che non era dignitoso escludere o silenziare. E se ho una piccola visibilità, deve essere anche per i migliori (parlo anche del loro cuore) tra i bravi (parlo sempre del loro cuore) in circolazione, oggi. Da un lato, credo che la continuità tradizionale della letteratura italiana si stia già interrompendo (cfr. le risposte 1-2, sopra); dall’altro, che la continuità debba ricevere alcuni tentativi stimolanti. Non iniezioni di veleni/contravveleni retorici o di altro tipo, ma tendenze seminali, da cui sortiranno embrioni e aggiornamenti.

8
Un potere (perché è tale) sostenuto dalla disonestà (da un lato) e dalla vanità (dall’altro) – e dall’ignoranza, su entrambi i lati – non può essere scardinato facilmente. Né è possibile farlo, dove il radicamento dell’intesa tra i due fronti è grave e profondo. “Molti scrittori noti ne sono a conoscenza” e tacciono: che altro potrebbero fare? E perché dovrebbero farlo, se la presenza di “tanti scrittori inesperti” è, in un certo senso, garanzia di un sottobosco di ammiratori e di un termine di paragone della propria, apparente e limitatissima, presenza pubblica? Inoltre, senza ingenuità (e con la testa rivolta a qualche esempio plausibile): siamo sicuri che anche alcuni “scrittori noti” non contribuiscano alle spese o le sostengano per intero? Siamo sicuri che enfatizzare le cause non significhi insabbiare effetti che preferiamo ignorare?

9
L’indifferenza non è una malattia dei soli “scrittori affermati”, ma di tutti: anche degli “scrittori inesperti” rispetto ai colleghi (e ai veri maestri, del presente o del passato), e anche di chi non scrive. Per intervenire su problemi che riguardano più la vita degli altri che la propria sono necessari spirito di sacrificio e occhio acuto; e anche avendoli, è necessario ricordarsi che non ne avremo comunque nessun vantaggio tangibile. Siamo troppo arroganti per vivere e morire per qualcosa o qualcuno che non ci riguarda – come usiamo dire – “da vicino”, “in prima persona”, ecc.

10
I giovani sono l’oggetto di una retorica già abbastanza invereconda. In primo luogo, non tutti i giovani sono uguali, né allo stesso livello, né con le stesse tendenze, né ugualmente stimolati (in primo luogo dalle famiglie e dalla scuola). I giovani – i migliori, i più validi, i più intelligenti e creativi – sono certamente “una risorsa preziosa per il Paese”; ma questo Paese è una risorsa preziosa per i giovani? No. Perché il giovane è quasi predestinato, oggi, ad un’autodistruzione impoetica, che sembra illuminata dai media per fornire un esempio atroce. Le “stragi del sabato sera” (e nella settimana?), la retorica delle inquadrature televisive (la macchina fracassata, la scarpa a terra, la pozza di sangue), la sottolineatura della precarietà e dei “vizi” diffusi tra i giovani (“vizi” – è chiaro – non efficacemente e non veramente impediti, se non con l’enfasi politica e poliziesca): tutto questo non mostra una società che disprezza i giovani? In un modo anche subdolo, poi: rendendoli nevrotici, vuoti e aggressivi, quindi meno degni di essere rimpianti, quando si inabissano (e si inabissano a centinaia). C’è qualcosa di atroce nell’organizzazione della carne umana, oggi, e nelle retoriche chiamate a renderne conto e a descriverle per noi. Senza luce non si fa nulla, e questa luce, oggi, è di pochi, disposti qua e là.

(risposte di massimo sannelli)

# Pubblicato da Massimo Sannelli in interventi ~ 25.10.06 18:44 permalink