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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
Patrizia Bianchi, La murata

A volte bisogna far violenza al proprio pensiero, altre volte inchiodare il corpo e lasciare che il pensiero si esaurisca. Ma bisogna addestrare il corpo ad ascoltare solo la parte superiore dell’anima.
Simone Weil, Cahiers, XVI

I
La vocazione
Se avessi avuto la scrittura, non mi sarei allontanata. La scrittura mancava di forma: era in disarmonia con la voce interiore, coperta dall’urlo. Anche il cielo mancava: e se c’era, non c’era l’occhio a vederne la luce. La PAROLA mancava sempre: la PAROLA moriva, spezzandosi. Restava solo un balbettio sofferto, una speranza trasformata in inganno. Ora la necessità di scrivere mi spinge fuori. E lo spazio si chiude nel mio corpo, che mangia l’aria: aria e cemento. Devo uscire dal ghetto dei miei pensieri.

Nella metropolitana, il tempo è appeso allo sguardo bianco di un vecchio, che nessuno guarda, ed è seduto di fronte a me. Forse non mi vede nemmeno. La solitudine è nella sua pupilla, che nessuno sente. Il suo fiato aderisce ai corpi che non sentono e non parlano. È un solo monologo, balbettante e frenetico: l’antico dialogo a più voci sfreccia in pieno mezzogiorno.

Tutti i suoni sono simili, come le stesse facce, ricostruite in laboratorio. Il sorriso plastico è stato rifatto alla perfezione. Mezz’ora dopo, al bar, afferro un bicchiere: lo getto a terra. Voglio sentire lo schianto dell’oggetto, che per pochi secondi è stato vivo nelle mie mani: prima che la materia si dissolva, nei miei sensi. Anch’io sono la materia, in questo schianto; non sento e non vedo.

*

Da bambina passavo molto tempo in cortile. Era un cortile interno, circondato da case. Avevo forse sette o otto anni. Almeno così mi sembra di ricordare.
La mamma lavorava al centro commerciale, e mi lasciava giocare tutto il pomeriggio in cortile, da quando avevo rischiato di dare fuoco alla casa. Quelle ore, le passavo da sola. Poi arrivava un’altra bambina, e i suoi giocattoli erano sempre più belli dei miei. Io restavo sola: non è che le altre non mi chiamassero, ma io trovavo brutte le loro bambole.
Un giorno una bambina mi prestò la sua, ma io le dissi: -Ho già la mia bambola.
-Ma la tua è di pezza!
E la bambina si mise a piangere. Io gridavo: - Questa l’ha fatta la mia mamma!
Un’altra bambina intervenne e disse: -La mia è più bella.
Urlavo come se si trattasse di un tesoro. E lo era, per me.
Le altre si guardarono e scoppiarono a ridere: -Tienitela pure, noi non giochiamo con la bambola di pezza.
Se ne andarono ridendo. Alla mamma non raccontai nulla. Le avevo procurato già abbastanza guai. E mi diceva: - Ho altro da pensare.


*

I miei piedi sono qui, uniti e buoni, poi vanno altrove, in altri posti. Le mie mani sono su un tavolo, poi si muovono nervose. Ho appena finito di ordinare cassetti e armadi, ho aperto boccette di profumo, svanito da tempo. Accarezzo ogni cosa, ma ho le mani fredde, come le cose e i corpi che guardo. Lontani e rabbiosi, mortificano lo sguardo.
Ora qualcuno sta salendo le scale, ma non lo riconosco, si affaccia appena nella mia mente, in silenzio.
Ora i miei piedi vogliono correre. Qualcuno si avvicina e mi mette le scarpe. Ma io non voglio le scarpe. Le scarpe sono quasi sempre strette. Ma loro non capiscono: mi guardano e ridono, “Guarda come sono belle!”.
Mi prendono per mano e il mondo è un’altra cosa, adesso che ho le scarpe. Non mi va di camminare, e mi coccolano come se fossi un’altra bambina, che non cresce mai. Invece il tempo è trascorso, e vorrei essere io quella che apre e chiude la porta quando vuole. Non c’entro niente con loro e le loro abitudini.
Urlo: “toglietemi queste scarpe!”.
-Non ti piacciono le scarpe nuove?
-Mi fanno male.
-All’inizio fanno sempre male. Ti ci abituerai.
E mi sono abituata, ora niente mi fa male.

*

Mia madre si è accorta di me: mi ha regalato una bambola. La cullo e sento sulle guance i suoi capelli soffici, di lana. È la prima dolcezza, perché la bambola ha la mia stessa faccia e il mio stesso silenzio. Io sono questa bambola, che ora è di porcellana, e ho i suoi occhi. Non sento più freddo: guardo la vita dall’interno dei suoi occhi di vetro.

II
L’occhio
i
Le mani sul grembo, abbandonate.
I piedi uniti, nascosti sotto la sedia.
Lo sguardo è nella stanza obliqua. La luce illumina gli ultimi mobili: nemmeno questi sono indispensabili. Prima, il mio occhio consumava l’immagine; seduta, immobile, l’occhio saltava dalla finestra, e io riprendevo la visione. Così ho aperto la mia solitudine, e ho fatto posto alla PAROLA.

ii
I mazzi di fiori, recisi dentro un vaso, hanno perso il profumo. Restano solo i colori, a mucchi, stretti in un’unica ferita. Qualcuno li ha dimenticati, sul tavolo, e se n’è andato.

iii
È la pietra grezza la pietra che scintilla come un’unica fiamma, alta sul candeliere. La specchiera rimanda l’immagine, consumata: più bella e più forte, nel sonno del suo splendore.

iv
Sollevo le braccia dalla terra, la cospargo di semi. Spargo i semi a tutti gli uccelli. Le nuvole si addensano in una sola forma, che non è ancora la pioggia.

Sollevo le braccia dalla mia giovinezza e la PAROLA disegna un arabesco nell’aria. O è solo una curva della bocca, la foglia incollata sullo schermo, il vetro. La curva della mia bocca è questo schermo.

v
L’occhio è una fiamma di fuoco, che consuma l’immagine.
La vena batte la trave! Il rosso è nell’occhio: il chiodo affonda, tra incudine e martello; lo spazio bianco contiene l’oggetto; e lo custodisce intatto, e se ne distanzia. Ci sono pareti frontali, con lo stesso sguardo, ma l’una non sa dell’altra.

Lo spazio racchiude il disegno dell’occhio. L’occhio gioca con le forme: il chiodo batte sull’occhio: il suo sopracciglio è una linea aperta.

vi
Conduco la mia arca con le mani. Sapientemente annodo la cima di un albero. Niente ritorna. Quello che è tolto è tolto: perso per sempre. Io non voglio il pane che non ho chiesto: voglio quello che mi è mancato. Tu raccogli per me i fiori cresciuti sulla pietra, selvatici, i ciuffi d’erba che nessuno guarda.

vii
Appaiono ombre sulla mattonella, rossa e viva. Il piede calpesta tracce non ancora nate. Per un istante, la grata ha trattenuto il piede.
Ho rinviato l’ora e la PAROLA. C’è chi vuole liquidare il mio cuore, con i suoi denti aguzzi. La sua mano si allunga, è avida, e strapperà i battiti dell’ora.

viii
Le mani impastano la terra. L’occhio trova la forma nello stampo. Solo il tempo si svolge come un nastro, semplicemente sciolto.

ix
Nodo di piume! Braccio morbido, non legato.
Sogno che veglia l’occhio. L’occhio veglia la terra.
L’occhio veglia il sogno: il volo di Icaro è chiuso nel mio occhio. Il sogno di Icaro è chiuso nel mio sonno.

x
Il seme nella terra germina la radice dell’albero. La radice morde la pietra. La terra distilla il clamore!

xi
Dietro le sbarre l’occhio è vigile. L’ombra murata spia dietro le sbarre. La grata sfonda gli sguardi, spezza la luce in mille riquadri. La follia scaglia una smorfia di gomma. Il mazzo di chiavi scandisce il tempo fermo. Il rumore è un suono metallico: mi aggrappo a questo suono, in mancanza di un interlocutore.

xii
La pazzia non sarà la mia carne: non sarà la veste rossa che mi strapperà le gambe. L’occhio del gatto strappa la palpebra e resta immobile. La sua preda non gli appartiene; la fissa e basta: artiglio, occhio, zampa, lama.

xiii
Occhi di bambino sognano, anche se non dormono. Guardano col dito in bocca un cavallo a dondolo. E già il bambino gli sale in groppa, oltre il cancello d’oro, in pieno giorno.

xiv
Un uccello grida sul mare: un tuffo enorme, grande. Non gioisce e non teme: trova il bene necessario nel frutto molle. Dalla larva all’aquila, che ingoia il cielo.
Percorro la mia ragione.
Nel ricordo la memoria lampeggia rossa. Scantona ombre alte sulla città. Supera la cinta della sua storia.

xv
Argino il passo, mi precludo altre svolte: l’arco delinea la curva del cuore.
Argino il passo, piego le labbra della mia ira: divento umile.
Arresto il flusso della mia voce: la stanza più bella è il cuore. La poesia mi sfiorava per non pungersi: ora la lingua che non impreca, sola, è la mia anima.

xvi
C’è una cavità che non trattiene nulla: ospita la luce e ogni vista. Se la forma non tiene, neanche il ferro si piega: il chiodo non regge la parte che manca, le cose fatte e rifatte perdono la prima forma.

xvii
A mani tese cerco il fuoco. Nell’occhio le forme diventano nitide: si fanno gocce, larghe sopra il corpo. La mente superstite misura la mia strada. Io cresco, con lentezza, e non me ne vergogno. Ora è accaduto il miracolo: a piene mani, il simile ama il simile.

xviii
Dormiamo con il cuore in allarme. A pochi passi da noi, i nostri bambini giocano, sulla riva del mare; raccolgono conchiglie e succhiano i frutti. Le loro mani afferrano l’onda e ogni cosa. “Sembra che svuotino il mare”. Afferrano tutto senza paura: ragni, piccole pietre, pezzetti di vetro colorato, granchi. L’azzurro limita questi occhi, che squillano contro il mare.

xix
Quello che resta, quello che ancora resta, è un passo mobile. Il tuo farti pesante, il tuo consumarmi senza prendere nulla è peggio che spogliarmi. Non mi hai riconosciuto nessuna forma e nessuna PAROLA.
Eppure ero lì, dentro la mia carne, nella mia bocca. Non hai voluto abitarmi e vestirti. Cibarti. Non hai voluto sognarmi: il sogno non era cosa per te. Io spezzo ora la corda con le mani e i denti. Con la mia PAROLA, ora spezzerò la corda.

(Genova, marzo-settembre 2006)

www.patriziabianchi.blogspot.com

***

nota alla Murata, di Massimo Sannelli

Questo poemetto in prosa di Patrizia Bianchi ha avuto due stesure, divise da un momento fondamentale. La prima redazione (marzo 2006), più ingenua e improvvisa, precede la scelta di dichiarare la propria attività artistica, mai emersa; la seconda redazione, sei mesi dopo, ha alle spalle la prima mostra e il primo catalogo (Galleria Il Cancello, Genova, tra giugno e luglio). Non è un passaggio mediocre: perché un conto è parlare genericamente di immagine (e immaginazione, memoria, sogno, forma, ecc.), un conto è declinarla di nuovo all’interno di un percorso artistico pubblicato.
Bianchi esalta la PAROLA, personificata e divinizzata, forse traducendo una sconfitta storica – la “corda” (xix), il silenzio secolare delle donne – in una vittoria politica e retorica; ma rendendo trionfale l’àmbito dell’immagine e la parola come descrizione di pose, ricordi e opere. Quindi offre la parola ad immagini precedenti all’enunciazione; e questa parola appartiene, di per sé, al campo del “perso per sempre” (vi) e della decadenza (ii). “La scrittura mancava di forma”: non, banalmente, la forma retorica dello scritto e l’antagonista del mitico contenuto, ma la figura grafica e, latinamente, la bellezza. La scrittura “era in disarmonia con la voce interiore”: e “voce interiore” è, più di tutto, la traduzione personale della “necessità interiore” (una forza-forma spirituale) di Kandinsky.
Infatti Bianchi ha bisogno – è veramente fame e sete – dell’immaginazione e dell’immagine, cioè dell’espressione figurativa, e rivendica la letteratura come spazio della non-letteratura e dell’impotenza della parola scritta: come urlare, ripetitivamente, che la letteratura non mi basta, non dice tutto né a me né ad altri, e che è una sequenza di grafemi senza grafica e di suoni che rimandano a contenuti, senza essere, di per sé, contenuti. Bianchi vede che la scrittura interessa l’occhio come raccoglitore, non come contemplatore di una totalità immediata, e torce la parola verso la forma. Così la PAROLA è l’ARTE, che si riversa in “forme” di volta in volta grafiche o letterarie. E questo Nome, che copre metalinguisticamente realtà diverse, opera in tempi e spazi in cui manca l’interlocutore (xi) o la risposta del pubblico impossibile è “tienitela pure”. Oggi non ha importanza che io condivida o meno questa sfiducia nell’orecchio, nel suono e nei significanti, o che possa o non possa paragonarla con il mio laboratorio (in poesia, soprattutto in poesia); ma devo rendermene testimone, e in parte organizzatore e curatore: perché si tratta – e ne sono convinto – di non uccidere ciò che nasce come necessario e non del tutto autoriferito.

# Pubblicato da Massimo Sannelli in letteratura ~ 18.09.06 19:01 permalink