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Troppa mistica diventa esibizionismo o falsità; troppo corpo grezzo è un errore di prospettiva. La letteratura sanguigna deve servire solo il sangue. La mistica ha dimenticato tutto e non serve. Avrò paura di credere a qualcosa, e la poesia non è un campo di sperimentazioni di me: io non sono nulla, o “faccio della mia pelle nebbia”. Infatti lo zero è zero, il vuoto è vuoto.
Ti sei scaldato e hai perso; anche da freddo, hai perso; non vinci, perché un altro seme ti ha vinto. “Non persi, ma neppure vinsi”. Non ne muori, perché morire è qualcosa. Ora, che forse tocchi tua figlia quando tocchi il grembo di tua moglie – senti e conosci; non senti e non conosci più che la tua vita vale. Infatti la tua vita non vale. Così hai generato, e tua figlia vorrà chiamarti padre o fratello maggiore; e madre e mamma, o sorella, sua madre. Sulla pelle tesa di sua madre, il ventre dilatato per lei, sua figlia, deponi molti baci: è la prima volta che avviene. Scrivendo, cogli la distanza tra computer e parete, tavolo e tappeto; veramente sono pochi metri, tre o quattro, nella stanza più grande della casa. Non credi a nulla di stabile. Non sei veramente uno scrittore: bastano le parti nude. Conoscendo il dolore di tua madre sai perché agisci, e solo per quel motivo. Il resto non c’è, quasi.
E le parti nude significano: questa miseria è mirabile. Ma il silenzio viene sùbito dopo: la parola non dura più delle labbra mosse e distorte, al mattino, alzandosi. Ti costituirai in maestro, come potrai, per altri. Ti ritirerai. Con Dio è diverso: perché abbàcina, prima di tutto. Dio abbaglia i sensi: “snoda il tuo laccio dal mio piagato collo”. Amore fa e toglie.
Altre volte esageri in atti che mortificano il frate asino; cioè il tuo corpo. Mortificato il corpo – lo dimagrisci, ne sorvegli i centimetri di pelle –, il sudore è più breve, il sonno si mostra più bello: vorresti solo dormire. Credi spesso che sia depressione, ed è un’altra cosa: sei tanto lontano che la tua voce ti arriva come altra – e non ne sei soddisfatto. Altre volte ti è molto cara: la sforzi fino alla pancia, alla testa e al falsetto. Cerchi nella voce di essere uomo, donna, bambino. Neghi solo l’identificazione – edificante – dei fatti di uno, “disperanti pozzi”, con la vita di tutti.
2
La terra rossa è rossa, le “braccia d’ulivo” restano ritorte come sono, la pietra che spacca l’aratro è un impedimento inevitabile. La terra genera piante: i frutti cadono sulla terra come in un “grembo”, e anche questo fatto è inevitabile. Il cadavere umano non diventa un nuovo corpo (“ma non per noi precipitati / da più impervie altezze”). Ciò che si impara da un automatismo naturale, ripetuto in ogni tempo, è scienza, inevitabile. [cfr. Rita R. Florit, Lezioni inevitabili, Lietocolle 2005]
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