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Al suo orecchio la parola non è più una serie di lettere. Ora la lingua si muove per se stessa. Scrive, e ha l’impressione che sbagliare una parola, un suono, un ritmo, porti dolore ad altri. Non dubita che dall’altra parte del mondo qualcuno morirà, “con funebri lamenti”, se sbaglia una parola. Sulla tastiera, per una lettera imprecisa, cancella l’intera frase, anche più volte. Pronuncia poco i nomi propri, anche quello della donna che ama, perché il nome è sacro. Ha quasi paura della parola mamma, troppo morbida per quella potenza: ses yeux sono sempre presenti, al primo posto; un raggio. Chiama STELLA chi gli ha aperto la fronte larga e il cuore già fermo. Tutto è ripreso e tutto lo interessa. Parla per appunti e aforismi, come può.
2.
Esce da un Purgatorio troppo lungo, veramente esce. In un momento in cui gli è chiaro che una fase – anche poetica, anche critica – è chiusa, scrive: la parola non è più una serie di lettere o l’evocazione di una cosa; torna alla rivelazione che sta sopra. A chi sa questo “occorre tacere / segnando forte le labbra”. E tra un istante potrebbe essere morto, scivolato nell’ansia o abbracciato forte da lei, e scomparso in lei, e lei in lui. Questo vuol dire “rimanere / acquietati a lungo”. Desidera questa QUIETE in tutti i modi, e i viaggi, frequenti, e le performances non ne sono la contraddizione. Ecco l’occhiata tranquilla, che lo guarda: ne è guardato, gli piace (è quel riflesso marrone, chiaro, negli occhi che lo guardano).
3.
Se la non-ragione gli permette di credere alla parola sacra, ogni parola è un’icona. Venera la poesia. Si è reso conto che la sua poesia è teatrale: uno si oppone all’altro, oppure lo adora, oppure lo uccide o ne è ucciso, o lo salva o ne viene salvato. E l’ucciso si riprende, e il persecutore ritrova la carità. L’uno diventa l’altro, e l’altro si fonde nel primo: non c’è differenza. “voce mangia voce”, ché nell’isolamento – in un silenzio pieno, che è suo, solo – vuole che la voce sia velata: nella mente, sempre, dove avvengono soprattutto questi rapporti.
4.
Nei momenti più atroci, e sono molti, il “fondo dell’anima” è intatto e calmo. La sua casa è troppo radicata in lui, e i suoi libri e l’affetto ricevuto, e dato; può sopportare COSE dure, e dure perché sono COSE, non idee. Non crede alle idee. Non gli serve niente.
5.
“in questa mano è calore”, perciò ha voluto baciarla, e la mano non si è negata. Il discorso cambia. Tu ti imponi anche una forma con limiti, e li trovi belli. Parli del sonetto e del madrigale; in versi chiusissimi – o in una metrica mentale che non si descriverà, ma è ritmo, buono –, in versi chiusi, arriva una decisione. Poi la scena muta, ed eccoti altri spettacoli. Passi da inverno a estate. Chi crede che la vita nasce da quelle morte ceneri non ha timore. Anche la tua arte corre senza piedi, vola senza ali, salta.
(prefazione ad Antonio Diavoli, N Documenti in cifra, in corso di pubblicazione nei Quaderni di Cantarena, Genova 2006)
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