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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
Amelia Rosselli (1996-2006)

1. La poesia di Amelia Rosselli era un urlo corporale, a tutti, attraverso una tecnica precisa. Oggi è diventata un fenomeno elitario: la sua potenza inusuale interessa veramente ad una minoranza dei lettori possibili. Nessun popolo ha veramente accolto Rosselli: o perché «pubblico disattento», come nell’incipit di Documento, o per una reciproca impermeabilità.

La poesia antiborghese non è automaticamente una poesia populista: «tu non distribuire / pensieri nelle selve, ai poveri, ma ai / ricchi, dona tutto il mio sangue». Prima di tutto, si trattava di non sedere più ad una tavola conosciuta e non parlarne più la lingua. Quindi: aggredire tavola e lingua con uno scempio raffinato, sulla base di una disposizione millimetrica che fa parte per se stessa. Dunque il sangue di Rosselli appartiene ai ricchi, paradossalmente: non ai poveri, che lo conoscono per elezione, ma possono rifiutarlo.

2. Rosselli non è difficile perché ‘illeggibile’ o per la sua «ardente sregolatezza» (Edoardo Esposito) (e, come poeta, si dichiara sempre «contenutistica», quindi fedele alla lettera e «decifrabile», anche nelle impennate più violente); lo è per una mancanza del lettore: che cosa sono veramente gli «spazi metrici»? Li abbiamo capìti? La poesia di Rosselli è comprensibile a chi non ne capisce la teoria? Si può capire Rosselli senza essere musicisti (ed esecutori, e compositori)? Perché la poesia di Rosselli «non è prosa»? La Storia di una malattia è, per me, l’autopsia di una handicappata, da leggere con commozione, o il quadro politico di una sofferenza politica, da leggere con indignazione? Perché leggerò la poesia, e il silenzio, di Rosselli anche alla luce del mio giudizio su righe come queste: «Da dove partano certi attacchi a volte resta un mistero, o un mezzo mistero; ne seguono ipotesi a dozzine, alcune probabili altre scartabili. […] La malattia era la CIA, il suo corrosivo o punto d’attacco il SID o l’Ufficio Politico o ambedue. La cura fu lunga e costosa, e vi sono ricadute». Alcuni non capiscono, né capiranno, questo eccesso di giustificazione della malattia; e io stesso posso non capirla, come altri: i sintomi esistono, e sono già stati codificati come tali. Può essere più comodo, per tutti, continuare a considerarli come sintomi; e la poesia come non poesia, involuzione, chiusura anoressica che si chiude con un suicidio. Questo spiega tutto; e non spiega niente.

3. L’inchiesta sulla poesia del «verri» (1, 1976) affianca un frammento di lettera di Rosselli e la ricetta di Sanguineti su Come far versi. Da un lato una dichiarazione di debolezza e impotenza («…in questi ultimi sette anni, io ho finto di occuparmi di poesia, ma ho avuto grane tali da distogliermi da ogni mio proprio entusiasmo creativo. Al massimo posso dire che studio»); dall’altro la facilità, fino al metodo («per preparare una poesia, si prende un “piccolo fatto vero”»). Su un piano si soffre, sull’altro ci si organizza per un futuro che trasforma il metodo in oggetto della poesia, e quindi la poesia in metodo. In un caso la poesia è sangue, nell’altro coincide con la professionalità del politico, che non può permettersi di morire, e ironizza sulla vita. Che obbedisce ad una volontà ostinata di rifiutare ogni sangue e qualsiasi forma – anche la più anarchica, anche la meno romantica – di ispirazione e di disgrazia.
In Rosselli il peccato del sangue sregolato si unisce a quello di un’incredibile perfezione rispetto alla media italiana. Leggiamo la poesia di una genialità impersonale e assolutamente non-italiana, sia per il secolo altro a cui si rivolge sia per la torsione della lingua della Patria. E la Patria – parola violata da troppa retorica – non esiste; e la «santità dei santi padri», «cangianti» e compiacenti all’Olocausto, è uno scandalo che porta fuori dall’Occidente «ove niente per ora cresce». Lo spazio metrico rigoroso, scandito dalla macchina da scrivere, è come un Lager delle parole, anche deboli e monosillabiche, da cui dovrà emergere una poesia – e non una prosa – del paradosso e della libertà.
Si parte sempre da un corpo, che ha alle spalle una storia («nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione fallace»), e la storia è malata quanto la mente. La mente è malata quanto la storia: su questo assunto si basa, oggi, il romanzo d’esordio di Gianluca Gigliozzi, Neuropa.

4. Alcuni autori che hanno, oggi, fra i trenta e i cinquant’anni, si riconoscono figli di un’esperienza di avanguardia e/o di antagonismo. Per questi autori è necessaria un’esperienza sulle forme (dissoluzione dei nessi grammaticali, esperienze verbovisuali, libri-oggetto, poesia sonora, ecc.); non solo necessaria, ma anche eticamente fondamentale. Non in nome di un generico rinnovamento culturale, ma per una vera etica del nuovo, anche contestatrice. Chi, anche in buona fede, non crede che il nuovo sia un problema etico, o non sente il bisogno di sganciare la scrittura dall’uso comune, non vedrà mai un grammo di poesia in Rosselli (in Villa, in Vicinelli, in Spatola) – né in chi porta avanti una ricerca, o «sperimenta con la vita», come può.

5. L’uomo è ciò che non mangia. Il «piccolo fatto vero» non era piccolo, e la forma chiusissima che lo esprimeva serviva a dire: «io non sono quello che apparo». La virtù consisterebbe in questo: vedere la grandezza e la potenza dove il senso comune vede solo la difficoltà e una voce esitante.

in www.microcritica.splinder.com

# Pubblicato da Massimo Sannelli in letteratura ~ 11.02.06 21:41 permalink