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Il lettore italofono legge Fenoglio e pensa: questa scrittura non è un omaggio alla patria locale (il Piemonte), ma la distorsione della lingua della grande patria (l’Italia); e ricorda sùbito che questa distorsione crea l’antipatia, ben argomentata, di Pasolini in Descrizioni di descrizioni.
Questa anarchia "petrea" e dissonante ha più di un punto in comune con la prosa letteraria di Amelia Rosselli, e non è un caso. [1] Un impianto borghese e prevedibile, anche culturalmente, si è rotto.
Così nell’economia mitica, e non pratica, di uno scrittore, l’abbandono dell’Università – e delle possibilità che il titolo può garantire – delegittima e scavalca l’Accademia, cioè una lingua e una conservazione del sapere. Non solo: né per organizzazione logica né fonicamente l’inglese è l’italiano, e un italofono di Alba che aspira all’anglofonia – senza essere nato a Parigi e cresciuto negli USA, come Rosselli – non si identifica più nel cuore con il monumento diacronico che lo precede [2]. Soprattutto, il nesso inalterabile terra-sangue-lingua ne viene mutilato e distrutto.
È ovvio che nessuno ha mai parlato come Fenoglio e Rosselli scrivono. Ad un mondo modificato e ferito, moderno, corrisponde di necessità una lingua scritta non parlabile e mai parlata: soprattutto, né viva (non è mai stata la lingua di una comunità) né morta (non ha un passato pratico rispetto al quale scomparire, essendo soppiantata da un nuovo volgare). Eppure Fenoglio si riferisce veramente a luoghi condivisi da una comunità, e Fiammetta Cirilli li studia; quindi Milton dice che Alba è "casa" (cit. a p. 129, e Cirilli spiega bene che la malinconia di Fenoglio "affonda le sue radici nella stessa attitudine a identificare l’universo domestico con quello cittadino") Ma questi luoghi non fanno di Fenoglio uno scrittore di pura piemontesità o "di ispirazione contadina e provinciale" (p. 36); e non rappresentano un paradiso privato, soprattutto per come appaiono nel dopoguerra. Il diverso atteggiamento delle donne – che "ci mettono al mondo", e sono la terra e la morte insieme, secondo Pavese, come divinità precristiane – è il simbolo di uno strappo definitivo (antropologico, sessuale, territoriale), uguale a quello che comporta il rimpianto delle lucciole o dei capelli corti in Pasolini: le ragazze di campagne vanno "a ballare truccate e vestite come cittadine", e rifiutano gli inviti degli uomini, scegliendoli. L’animalità subisce una mediazione: non per il piacere della castità, che eleva, ma per un calcolo pratico. C’è, intorno, il boom in grande stile della "fabbrica della cioccolata"; chiude la macelleria dei Fenoglio, che traslocano dalla piazza al corso. Intorno, un "massiccio incremento demografico" (p. 39).
Cirilli scrive, giustamente, che "le descrizioni dei luoghi, anche quelle apparentemente più minuziose" sono "in realtà il frutto di un sapiente montaggio di elementi filtrati e riadattati da un narratore poco preoccupato di una resa realistica" (p. 40). In pratica, chi scrive non agisce direttamente in un luogo, ma in spazi che lo isolano dal luogo, e gliene forniscono un panorama e la quintessenza; così si crea quasi una continua allegoria del/nel luogo, basata sulla selezione severa che prepara ogni gesto letterario, sotto una disciplina che può di nuovo cancellare lo scritto, il particolare e il luogo. Se il luogo è ferito, lo è anche la mente, che è un luogo a tutti gli effetti: quindi la scrittura scritta assorbe il dolore e la contorsione, al limite dell’illeggibililità.
Dove Cirilli analizza i luoghi, ho proposto un’analisi, molto pratica, della lingua che li descrive: immaginando che la modificazione bellica e antropologica dei primi non possa non interferire con quella della seconda. Ho immaginato che per lo scrittore Fenoglio valga, più o meno, una regola abbastanza comune nello spazio letterario: il luogo è nella (e della) mente, e la mente è un campo ferito e fertile: Johnny è "stranamente" turbato per Alba "felicemente e consensualmente, nuzialmente violata, ma violata" (p. 113), e questo stupro – che gli avverbi modali in -mente martellano nel lettore – oscilla dalla terra alla scrittura.
note
[1]. Il libro di riferimento è di Fiammetta Cirilli: Alba e le Langhe. L’epopea del partigiano Johnny, Unicopli, Milano 2005, con una premessa di Giorgio Bàrberi Squarotti. Fenoglio è "petreo", nella sua scrittura (e l’aggettivo è citato due volte da Cirilli: pp. 84, 107), al limite della disarmonia: ad esempio, "quel patch, lungi dal scancellarsi" (cit. a p. 121), "Vengo in metà della piazza" (p. 134, e ricorda la formula "in mia bocca" dell’ultima sezione dell’Impromptu di Amelia Rosselli), "inintermittente, sprezzante e defenestrante" (p. 120).
[2] Infatti la laurea postuma honoris causa – cfr. Cirilli a p. 132 – vale più come canonizzazione del mito che come risarcimento dell’abbandono.
(articolo pubblicato anche in www.microcritica.splinder.com)
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