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Genova “nome barbaro”, secondo la Litania di Giorgio Caproni, che l’ha amata come pochi altri. Nome barbaro, e non solo per la necessità di trovare una delle due sole rime collegate al nome di Camillo Sbarbaro…
Di barbaro, Genova ha il suo continuo distruggersi e ricostruirsi, sacrificandosi bene o male (il Promontorio, la casa di Paganini, Pammatone), e il suo allargarsi e alzarsi: anche a costo di sembrare informe e caotica, a tratti. Genova è, per natura, un eterno cantiere; e nello stesso tempo è anche una città sotterranea e magica. Sotto un mondo di traffici e di movimento (e poi di studi, autobus, mostre, lavoro) c’è da sempre una Genova invisibile e ctonia: gallerie, cisterne, cripte, passaggi segreti; e, sotto, ancora il corredo gothic di laghi e torrenti interrati, scheletri di infelici, collezioni private custodite come reliquie, quasi innominabili.
Così Genova cresce e si riprogetta sempre, in superficie. Ma i genovesi di oggi stanno riscoprendo anche il lato intimo del loro habitat. Si sta recuperando una memoria importantissima, e questo accade proprio nel momento in cui la città diventa il luogo di convivenza di molte culture, diversissime, che per capirsi e farsi capire devono comunicare in italiano: non è un caso che Pier Paolo Pasolini, profeticamente, volesse ambientare a Genova ciò che San Paolo – uomo delle nazioni e della koiné greca – ha detto e fatto a Corinto.
Ora vediamo che l’archeologia si unisce alla storiografia, e l’esplorazione alla lettura. Il corpo e i suoi sensi sono coinvolti in modi diversi, per uno stesso fine; e lo sono le professionalità più diverse: lo speleologo, l’antiquario, il librario, il paleografo, l’architetto, lo storico dell’arte, l’etnografo, il collezionista-amateur. Il documento scritto e il libro antico – oggetti per l’occhio, a volte fragilissimi – sono una memoria costante e fondamentale. Dobbiamo proteggere ciò che è fragile, per riceverne cultura, o esplorare, nel cuore della città, la città che non si vede. Genova sta invocando con urgenza questo impegno, per essere veramente una Corinto barbara: un luogo di incontro e di culture, storie, lingue, religioni, che qui si parlano senza sovrapporsi e senza violenza (“se non ho la carità”, agápe, “non sono nulla”, come Paolo ha insegnato ai Corinzi). Tutta Genova è, secondo una delle etimologie possibili del suo nome, una PORTA. E la porta è una costruzione sacra.
(scritto per il primo numero della rivista "Janus", Genova, 2006)
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