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Se la poesia fosse solo una tecnica, sarebbe perfettamente insegnabile: i suoi gesti formerebbero fin dall’inizio l’oggetto di una disciplina – coreografia o retorica o regia – perfettamente codificata e ripetibile a volontà. Se fosse solo umorale e individuale, non ne potrebbe essere insegnato un solo verso: all’esterno della mente e della pelle del suo autore, sarebbe glossolalia o lettera morta.
La didattica, anche la più democratica, propone sempre un sistema di valutazione e giudizio, con il paradosso, inevitabile, di una distanza ravvicinata tra allievo e insegnante, o di una cordialità che giudica. Il/la docente, anche il più disponibile e umile, non è e non può essere uno studente: né per competenze, né per età, né per riconoscimento sociale; mentre, dal punto di vista professionale, al/alla docente si chiede la docenza, per la quale è stato/a assunto/a e viene retribuito/a. Essa è il suo lavoro, oltre che la sua missione.
Una cosa è propria della poesia: il ricorso, diacronico e sincronico, ad una retorica della contraddizione e della complessità (metafora, allegoria, ossimoro, sineciosi), e ad un uso indipendente del tempo e dell’ordo (iperbato, variatio, ýsteron-próteron). È possibile inserire la contraddizione e la complessità (la poesia) nel corpo stesso dell’insegnamento della poesia (che è contraddizione anche perché suono concettuale e concetto sonorizzato)? Questa è una prima ipotesi di lavoro, contraddittorio e complesso: in una prima fase lo scrittore affiderebbe agli studenti alcuni testi, scritti da lui, invitando gli studenti a commentarli, oralmente o per iscritto, in una seconda fase. Non solo: li inviterebbe – non per una posa, ma per una sua necessità intima – ad insegnare allo scrittore a leggerli, nel corso di una vera e propria lezione dedicata a lui.
Se è propria della nostra civiltà l’apertura all’altro – in primo luogo il migrante, non italofono – e in alcuni autori contemporanei è fortissima l’esigenza di «far parte d’altro» (Elisa Biagini) o reinventare-delimitare l’«io lirico» in un «informale freddo» (Marco Giovenale), in questo caso l’autore si espone alla più totale gratuità e spontaneità dei giudizi, esterni e «imberbi», come li definisce Mario Fancello. Gli allievi diventano maestri e il possibile maestro diventa allievo: solo in un’ultimissima fase del percorso lo scrittore potrebbe riprendere un ruolo coordinante, per commentare l’esito del lavoro, positivo o negativo. Ogni incontro assumerà quindi il valore di una performance artistica, in cui il ruolo autoriale sarà quasi azzerato, e il primo posto sarà dei testi e dei rapporti che possono suggerire. Quindi sarà bene registrare o filmare i singoli incontri, per pubblicarne la sbobinatura, come documento metapoetico e pedagogico.
La luce è lo sfondo concettuale e metaforico dell’intero progetto. Essa si identifica con l’insegnamento e il commento di ciò che non si sa ancora (nel Purgatorio, Matelda spiega che luce rende il salmo Delectasti, illuminando e chiarendo un problema di Dante). Si indica così un’aggiunta esterna, che modifica la percezione dei testi di cui lo scrittore è responsabile, e che lo mostra a se stesso: il simile a sé più uno, più uno, ecc. Questa luce gli mostra, in primo luogo, come vince o perde, e come vince e perde nello stesso tempo, essendo molto amato e molto criticato, completamente dentro e completamente fuori.
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