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Il 25 luglio del 1905 nasceva a Ruse in Bulgaria Elias Canetti: personalità complessa, tormentata, struggente ed emblematica di questo secolo (quel `900 che, non a caso, egli si ripromise di «afferrare alla gola»). Figura europea nel vero senso del termine (per l'origine ebraica, per gli svariati paesi di provenienza - dalla Spagna alla Turchia - per quelli altrettanto numerosi di residenza, dall'Inghilterra all'Austria, dalla Germania alla Svizzera, per le molteplici lingue ascoltate, parlate e «salvate»). Autore d'elezione, infine, in cui un'unica linea sembra collegare le precoci frequentazioni con quei giganti di Karl Kraus, Robert Musil, Hermann Broch e il premio Nobel per la letteratura assegnatogli nel 1981. Il centenario della nascita appena trascorso - e le immancabili celebrazioni che ne sono seguite - non ha fatto altro che confermare, in fondo, l'indubbia notorietà di Canetti e il rispetto indiscusso di cui godono i suoi scritti. Parlarne, come spesso capita, pare un atto dovuto, quasi scontato. Eppure si tratta di un autore letteralmente spinoso. A cominciare dalla sua produzione. Egli ha scritto, a ben vedere, un solo romanzo, Auto da fè nell'edizione italiana (significativamente, die Blendung, l'accecamento, in quella originale) a ventisei anni (ma rimasto senza editore per altri quattro). È autore di una sola grande opera dai confini disciplinari indecifrabili, Massa e potere - che lo tenne impegnato, assorbendolo quasi del tutto, per circa trentacinque anni sino al 1960, data della sua pubblicazione - e di una lunga autobiografia, articolata in tre volumi, La lingua salvata, Il frutto del fuoco, Il gioco degli occhi, edita tra il 1977 e il 1985, che comincia dal suo «più lontano ricordo» e si conclude con la morte della madre. Completano il quadro pochi testi teatrali, una serie di Appunti, un diario di viaggio, Le voci di Marrakech, e una mirabile raccolta di saggi tra cui spiccano quelli su Kafka, Büchner, Broch e Kraus. Ebbene, a parte questi ultimi, ciascun lavoro del trittico principale sembra fatto apposta per escludere gli altri due e per dividere in fazioni contrapposte i lettori corrispettivi. Chi amerà Auto da fè, per esempio - storia grottesca, crudele e senza appello di un collezionista di libri che crede di poter identificare il sapere con la verità della realtà e che finisce col rogo della biblioteca - difficilmente potrà conciliarsi con l'atmosfera redentrice e compassionevole che domina invece nell'autobiografia. Chi avrà privilegiato la poderosa struttura di Massa e potere, la diade che passa a contropelo il piumaggio della modernità, difficilmente sarà attratto dall'impianto letterario presente nel romanzo e nell'autobiografia se non allo scopo di rintracciarvi qualche antecedente o qualche tesi travestita e abbellita per l'occasione... continua su Il Manifesto
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