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E si conta che il leone eletto signore degli animali, volle avere numerosa comitiva di costoro intorno alla sua tana, e ne chiamò a sé da ogni parte, facendoli mettere su con molte belle promesse di gozzoviglie, di sollazzi e di ricompense. Infatti a' primi che vi corsero in folla, parve quello il paese della cuccagna, perché senza durare una fatica al mondo vi trovarono grasse pasture, abbondanti ricolte, e la bellezza di ogni sorta di carnagione. Vi giunse anche la volpe; ma accortasi la tristarella che messer lo leone in tanta sopravvegnenza di convitati non aveva grande scrupolo ad imbandire le vivande coi loro medesimi quarti, avrebbe sùbito ripreso la via tra le gambe per tornarsene indietro, se non le fosse stato dato l'ufficio di tenere i conti al siniscalco, e con buon salvacondotto per la sua pelle. Intanto l'asino che presiedeva
l'assemblea, fattane un dì la rassegna generale, vide che vi mancava il castoro; e prima che il leone s'avesse a sdegnare del suo indugio, andò sùbito ad invitarlo con larghe promesse e con squisite carezze, perché gli era stato detto che qualche volta e' faceva l'indiano e lo smorfioso. Infatti il castoro, che se ne stava tutto in faccende per certa fabbrica di una casa, in sulla prima non voleva dar retta a queste chiamate; ma finalmente, mosso dai ragli eloquenti e dalle svenevoli moine dell'asino, si risciacquò ben bene la coda che era tutta imbrattata di mota, e venne alla tana del leone. Quivi imbrancato con le altre bestie, le quali tutto dì se ne stavano senza far nulla, vagolando qua e là, lisciandosi la pelle, spiattellando strambòttoli, mormorando senza carità del prossimo e mangiando a ufo, presto quella vita gli venne a noia, e l'uggia l'avrebbe fatto morire tisico in poco d'ore, se non che, adocchiato un torrente vicino alla caverna, si trasse alla sponda di quello e posesi addirittura a lavorare ai fondamenti di una casupola. A prima vista non raccapezzarono i compagni che cosa volesse fare, e si pensarono che quello fosse un nuovo trastullo, una buffonata di nuovo conio; ma quando l'asino e gli altri conobbero ch'e' faceva davvero, senza mettere tempo in mezzo, corsero a rampognarlo urlando non esser lecito che si sporcasse in quel lavoro triviale al cospetto del leone e di tutta la bestiale assemblea. Il povero castoro ebbe un bel dire che egli credeva anzi di fare onore a sé ed alla razza mostrando la sua abilità, in vece di starsi come gli altri dalla mattina alla sera o di mettersi a dir corna di questo e quello: allora non solamente gli convenne abbandonare l'incominciato lavoro, ma scorbacchiato in mezzo agli insulti di tante bestie, perdé la vita sotto i calci dell'asino perché aveva avuto la temerità di rispondergli ragionando.
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