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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
Aldo Palazzeschi, I bagni Pancaldi

Ho sempre sentito dire che gli uomini d'ogni età quando vedono per la prima volta una cosa bella e grande restano a bocca aperta.
Non per un intimo gusto di contraddizione, ma solamente in onore del vero, io debbo dichiarare che quando a sei anni vidi il mare per la prima volta rimasi tre giorni a bocca chiusa. E non basta, perché, una volta chiuse, le mie piccole labbra si coprirono rapidamente di una cerchia di screpolature sottili fastidiosissime, e quindi di una leggiera crosta che poteva sembrare il sigillo apposto sul fallimento della mia bocca, e che soltanto dopo un paio di settimane poté scomparire del tutto.

Mia madre, assai turbata da questo fenomeno, mi considerava pietosamente, invitandomi con dolcezza a ritornare allegro e loquace; e tutte le sere prima di andar a letto mi spalmava bene le labbra col burro di cacao, fondendolo alla candela sulla punta delle dita; finché un'amica alla quale aveva confidato il caso, le disse che il burro di cacao non faceva proprio niente, e ci voleva la cera cattolica, che mi avrebbe sanato subito da quel malanno, che fu la tassa di amicizia che dovetti pagare al mare, giacché da quella volta vi trascorsi lunghi e felici soggiorni senza che mai si ripetesse né il fenomeno del mutismo né quello delle labbra screpolate. Mia madre però, per misura di precauzione, andando a Livorno ogni anno, non dimenticava in una delle sue valigie il panettino della cera miracolosa.
Mio padre invece, a quella drammatica accoglienza che io facevo ad un avvenimento lungamente preparato e desiderato tanto, aveva perduto le staffe. Si inferociva, mi avrebbe costretto a parlare per forza, aprendomi con la violenza la bocca chiusa e dolente, minacciandomi di riportarmi a Firenze su due piedi se non la smettevo con quel muso del quale ero il primo a non potermi rendere conto che vagamente. Al che mia madre intervenendo per la buona pace, cercava di imburrare meglio che poteva anche le furie paterne.
Non ho bisogno di sforzare la mia memoria per ricordare l'impressione ricevuta. Sapevo quasi con esattezza il mare che fosse; per mille quadri, disegni, illustrazioni, fotografie viste; per mille racconti uditi, ricevuti o richiesti; e per l'idea che a traverso queste cose mi ero fatta di esso; e giungendo quella mattina di primo agosto, colla carrozza carica di bagagli all'antica Porta a Mare di Livorno, e vedendomi davanti il mare qual era, quello che sapevo presso a poco e che mi ero figurato sempre, mi parve quasi di vedere una cosa già vista. Ma forse credevo che non ci fosse davvero? Che fosse solarnente un sogno, una fantasia? O il sogno e la fantasia avevano superato la realtà? O fu l'apparizione semplice e solenne di quel silenzio davanti a me che mi fece tacere?
Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.
Era tanto bella quella mattina del primo agosto alla stazione di Firenze! E la prima su tutte, quella che con tanto piacere mi indugio a ricordare.
Il treno lungo lungo che non finiva mai, al quale fino all'ultimo momento venivano aggiunti nuovi vagoni per l'affluire dei partenti; e che dopo tante difficoltà, tanta ed impaziente aspettativa, con un lungo respiro di sollievo, simile a un coro, sbuffando e risbuffando si muoveva lento come un serpe idropico. E quella levataccia dopo una notte insonne, colla sveglia che suonava non appena, finalmente, si era preso sonno, o ci coglieva in dormiveglia. Il baule pronto nell'ingresso e legato già dalla sera avanti, le valigie ancora aperte sulle tavole, sui divani, in terra, nelle quali dovevano entrare le ultime cose; la carrozza che aspettava alla porta, la chiusura della casa, catene e catenacci, chiavistelli, chiavi e controchiavi, spinte e sponte all'uscio tornando indietro due o tre volte prima di partire; la donna di servizio che finiva di vestirsi per le scale o scendendo perdeva la sottana agganciata male, e magari nella fretta le saltava il ganghero o la maglietta e bisognava tenerla su con uno spillo che tutti si cercavano addosso febbrilmente.
Si arrivava alla stazione un'ora prima della partenza e si partiva con un'ora di ritardo. Non era impresa facile il caricare tanta gente con tutte le sue carabattole. Spintoni e gomitate, colpi negli stinchi, di scatole o valigie; sacchi, fagotti, ceste, oggetti da pesca trionfanti come bandiere, velieri e barchette..
che urlìo sotto quella tettoia, che confusione! E che bollore già, alle otto della mattina!
Il capostazione, sudato fradicio, sembrava in mezzo a un campo di battaglia nel pieno della mischia; invitava alla calma, alternava ordini e rimproveri a sorrisi paterni che emetteva abbandonando le braccia sul corpo o grattandosi la testa sotto il berretto che gli andava all'indietro o di traverso. Mio padre e la donna di servizio si erano sguinzagliati alla ricerca del posto, mentre io con mia madre eravamo rimasti alla custodia del bagaglio. In quella baraonda guardavo dietro a noi, fra un cumulo di scatoloni e valigie, una signora di mezza età, piccolina, rotondetta, rosea e grassottella, con dei gran veli che le cuoprivano il pennacchio del cappello ciondolandole addosso sopra una spolverina di seta argentea. Sorrideva, sorrideva a me, e più la guardavo più mi sorrideva facendomi grandi segni di saluto col capo. Era una cosa di mezzo fra la turista inglese di quel tempo e la prima ballerina del ballo Excelsior. Quei saluti che mi faceva, e tutti quei sorrisi, io li prendevo per consuetudini di una nuova vita nella quale mi trovavo a vivere di colpo, e più la guardavo più quella mi rideva e salutava agitando i suoi veli e pennacchi, e stringendo con tutte e due le mani una borsetta. Anch'io la salutavo un poco per educazione, ma ancora timido nei primi passi, e non riuscivo a ridere pure avendone una voglia grandissima. Finché mia madre volgendosi da quella parte le corse incontro:
— Signora Fiammetta ! Signora Fiammetta!
Osservavo che mia madre, di solito assai parca di gesti, si dimenava tutta ed agitava le braccia davanti all'altra che sorridendo beata diceva sempre «sì». Ma sicuro, come vi ho detto, di essere in un altro mondo, in quello che doveva finire con tre giorni di silenzio, non mi facevo caso di nulla e lo trovavo naturalissimo; tanto che se mi avessero detto:
domani metterai i piedi nel giubbino e la testa dentro i calzoni, avrei risposto: «sì, sì», come la signora Fiammetta.
A questo punto giunse mio padre, ansante, seguito dalla donna di servizio più ansante che mai e da una signorina con un'altra donna: ci aspettava uno scompartimento tutto per noi in un vagone attaccato in quel momento: « via ! via ! » bisognava correre a prendervi il posto, un facchino si era impegnato di conservarcelo, vi corremmo tutti, armi e bagagli, scatole e scatoloni: «via! via!», e vi salimmo colla signora Fiammetta che fece gli scalini al volo come una farfalla, seguita dalla figlia e dalla cameriera.
Questa signora Fiammetta era una vedova benestante che i miei conoscevano senza assiduità e non vedevano da un pezzo: si recava da vent'anni ai bagni di Livorno per il mese d'agosto. Aveva gli occhi grandi e celesti di una bambola; e due turchine circondate di brillanti, come altri due occhi le ciondolavano dagli orecchi. La faccina rotonda di mela lazzerola, con la pelle vellutata di una pesca, già rasciugata ma non ancora vizza. Sorrideva sempre e apertamente mostrando due file di dentini come le perle di un vezzo, e dimenando il
capo aspirando letizia da tutto quello che vedeva. La figlia invece, vicino a lei, una ragazza di forse vent'anni, secca e dura, scorbutica abbastanza, pareva tutto il rovescio della genitrice alla quale fece due urlacci negli orecchi per dirle
che i bagagli sul treno c'erano tutti ed arrestare la sua trepidazione di colomba.
Anche queste io credetti usanze nuove che non mi dispiacevano affatto; me n'ero presi tanti io di urlacci negli orecchi, che poterne fare a mia volta era una cosa che mi attraeva all'eccesso. Ma si trattava di ben altra cosa, che la giuliva signora era sorda come una campana, ed ecco il perché di quella pantomima sua e di mia madre. Non appena accomodatasi nello scompartimento con tutti i suoi pendagli, da quella borsetta che stringeva come una preda trasse premurosa un ciuffo di trine nere che ricuoprivano il corno acustico, e postoselo all'orecchio come una tromba angelica iniziò una conversazione ballonzolando sul cuscino, e puntando il corno ora a destra ora a sinistra, giubilando dalle quattro pupille, dalla bocca, e da tutti i pori della sua pelle vellutatissima; e da quello strumento nascosto dentro le trine, si sarebbe detto che una musica celestiale le invadesse il cuore e l'anima. Mia madre mi fulminava cogli occhi. «Non ridere. Non si ride ! ». Voleva dire: «Se ridi guai a te !» Mi linciava guardandomi. Sempre così le madri, e i padri non diversamente: «non si ride!» quando ci sarebbe da farsela addosso, poveri bambini; «non si tocca!» quello che piacerebbe di avere; «non si guarda!» quello che piacerebbe di vedere; bisogna parlare quando si ha voglia di stare zitti, bisogna stare zitti quando si avrebbe voglia di discorrere: che educazione impossibile! Ma non ci angustiamo per così poco.... La signora Fiammetta rideva anche per me, e ora ridiamo tutti insieme un po' in ritardo, ma meglio tardi che mai. Rideva, puntava il corno, e coll'altra mano agitava il ventaglio ora decisamente per farsi vento, ora con suprema dolcezza zeffirandosi appena la peluria della guancia: non le mancava che volare. E mentre tutti le scandivano bene le parole dentro il corno, lei invece parlava così adagio che gli altri erano costretti a fargliene ripetere sempre, ed essa più rideva beata e sodisfatta volendo dire: « lo so, lo so che siete tutti sordi, lo so, mi tocca a dirvi le cose tre o quattro volle » e rassegnata le ripeteva più adagino di prima. E io non dovevo ridere.
Appena il treno si mosse, con quell'anelito di sollievo che partiva dai suoi quaranta vagoni colmi e bollenti, come dal petto di un intero popolo oppresso, la conversazione cadde sui bagni di Livorno e su Pancaldi, il più famoso dei suoi stabilimenti, e di cui la signora Fiammetta era un abbellimento cronico. Ella sapeva tutto, i segreti, i misteri, ma sopratutto diceva i numeri; quanti cappelli e vestiti, ombrellini o paia di scarpe avevano le stelle più famose di quel fìrmamento: marchese e contesse, attrici, cantanti celeberrime. Una principessa russa veniva con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe, e trovava modo di sfoderarli tutti alla pubblica sete, una cinquantina di cappelli; altre, quattordici, undici, otto, sei; cinquanta, ventisette, trentasei vestiti... ed essendo caduta l'attenzione di mia madre sulle sue mani cariche d'anelli, glie le porse all'ammirazione. In una ci aveva quattro lunghe mandorle di brillanti, una per dito, con in mezzo ad ognuna una gemma diversa: un rubino, uno smeraldo, una perla e uno zaffiro. Dal suo cantuccio la cameriera della signora Fiammetta faceva il gesto di affettare il salame, sorridendo furba e cortigianesca: « quella manina, poterla tagliare». Al che la leggiadra padrona rideva al colmo della felicità. La figlia sembrava seccatissima di tutti e d'ogni cosa, e guardava sempre fuori senza dire una parola; mentre la madre, sotto la spolverina, mostrava al collo il ritratto del suo povero marito col contorno di perline, un ferro di cavallo, corni e ciondoli in abbondanza; e aperta finalmente la valigetta che teneva sui ginocchi rapacemente, incominciò a tirar fuori astucci e astuccini, facendo vedere a tutti i prodigi di quel tesoro che portava tanto stretto. Stelle, un cuore di brillanti, una mezzaluna, un uccellino colla coda di penne vere, una farfalla con pietre di tutti i colori; via via che li aveva fatti vedere, chiudeva e rimetteva dentro; catene e catenelle, collane, braccialetti; agli orecchini potere avvitare o svitare, nel centro, due perle, a seconda, due brillanti o due zaffiri, ma le turchine erano quelle che le donavano di più essendo bionda, e le portava quasi sempre. Anche agli anelli faceva segno di potere avvitare e svitare qualcosa, e mostrava le gemme di ricambio. Ogni tanto si faceva seria un momento, aggrottando le ciglia per fare il conto dei suoi astucci con uno sguardo rapido nelle sue mani o in quelle degli ammiratori e dentro la valigetta, come il pastore che conta il gregge la sera prima di rientrare o la massaia le galline, e quando vedeva che non mancava nulla ritornava gioconda.
Ogni anno fra le toilettes d'ultima moda e rimodernate, portava a Pancaldi un gioiello nuovo di zecca, da rinnovarsi e mostrò finalmente con mistero quello dell'annata. Era un nodo d'amore in rubini e brillanti, a cui era appeso un orologino rosso di smalto tempestato di brillantini. Lo prese piano piano con due dita e se lo avvicinò alle labbra, volendo significare che quello era una chicca; risero tutti, perché era una chicca anche lei, e più dell'orologino.
Quando il treno ebbe abbandonato la stazione di Pisa, la signora Fiammetta che aveva già richiusa ermeticamente la sua preziosa valigia, gettò il capo all'indietro traendo un lunghissimo respiro: «il mare! il mare!». Corsi al finestrino e non me ne distaccai che alla stazione di Livorno.
Il mare non si vedeva ancora, ma era nell'aria azzurra e in quel vuoto purissimo. Si presentiva in fondo dove sfumava la terra con due torri bianche e tozze cui giravano intorno con ali d'angelo degli uccelli bianchissimi. Più lontano una torre più alta e più scura, dorata dal sole, pareva già nello spazio. Nel canale parallelo alla ferrovia una vela andava rapida tenendo testa al treno. Il mare era nell'aria e rispecchiato dal cielo, già rispondeva alla voracità del petto.
da Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936

# Pubblicato da romanzieri in antologica ~ 29.08.05 09:23 permalink