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Diogene Laerzio racconta Pitagora

Diogene Laerzio [Vite, opinioni, detti dei filosofi illustri]

Pitagora ha affermato per primo, dicono, che l'anima, dopo aver percorso il ciclo della necessità, entra successivamente nel corpo di altri esseri viventi. E introdusse tra i Greci l'uso delle misure e dei pesi, secondo quanto dice Aristosseno il musico. E per primo avrebbe detto che Vespero e Lucifero sono la stessa stella, mentre altri attribuisçono questa scoperta a Parmenide. Fu talmente ammirato che i suoi discepoli erano detti l'oracolo della voce divina, ed egli stesso scrive di esser ritornato tra gli uomini dall' Ade dopo duecentosette anni. Per questo gli erano fedeli, e per il suo insegnamento andavano da lui Lucani, Peuceti, Messapi e Romani. Fino all'epoca di Filolao non si conosceva nessuna dottrina pitagorica: questi solo divulgò i tre famosi libri che Platone si fece comprare, dando l'ordine per iscritto, per cento mine. Non erano meno di seicento quelli che di notte andavano da lui per ascoltare il suo insegnamento e se alcuni venivano ammessi alla sua vista, scrivevano ai loro congiunti della grande esperienza che avevano avuto. I Metapontini fecero della sua casa un tempio di Demetra e chiamarono il portico Museo, come afferma Favorino nella sua Storia varia. Anche gli altri Pitagorici dicevario che non tutte le dottrine potevano esser rivelate ad ognuno, secondo quanto dice Aristosseno nel decimo libro delle sue Regole pedagogiche, dove si trova anche il detto del pitagorico Senofìlo, il quale, interrogato su come avrebbe potuto educare suo figlio nel modo migliore, rispose: "Facendolo nascere cittadino di una città ben governata". Pitagora, in Italia, con la sua educazione ha reso buoni e virtuosi molti uomini, tra i quali specialmente i legislatori Zaleuco e Caronda. Era infatti un uomo che per sua natura aveva il dono di suscitare l'amicizia, e in particolare, quando veniva a sapere che qualcuno professava con lui i suoi simboli subito entrava con lui in stretti rapporti e se lo faceva amico.
Questi erano i suoi simboli:

non si deve attizzare il fuoco con un coltello; non si deve far tracollare la bilancia; non mettersi a sedere sulla propria razione di grano; non rnangiare il cuore; non aiutare a deporre il carico, ma aiutare a portarlo; tener sempre legate le coperte; non portare in giro l'effigie del dio sull'anello; cancellare l'impronta del tegame nella cenere; (...) non vagare sulla strada maestra; non dar la destra con facilità; non tenete rondini sotto il proprio tetto; non allevare uccelli con gli artigli ricurvi; (...) tener voltato il taglio di una spada affilata; allontanandosi per un viaggio dalla patria non voltarsi al confine.
E quanto al significato di queste sentenze simboliche, quella che dice che non bisogna attizzare il fuoco col coltello significa che non si deve suscitare l'ira e la furia dei potenti; non si deve far tracollare la bilancia vuol dire che non bisogna trasgredire l'equità e la giustizia. Non sedersi sulla propria razione di grano significa preoccuparsi e del presente e del futuro, perché la razione di grano è il nutrimento quotidiano. Dicendo che non si deve mangiare il cuore vuol significare che non bisogna consumare l'anima tra affanni e sofferenze. Il detto "quando si parte in viaggio non bisogna voltarsi indietro" ammonisce invece coloro che prendono commiato dalla vita a non attaccarsi alla vita e a non farsi attrarre dai piaceri di questo mondo. E per non dilungarci troppo diremo che anche le altre sentenze sono da interpretare in modo analogo. Più d'ogni altra cosa proibiva di mangiare pesci rossi e codenere, ed ammoniva di astenersi dal cuore degli animali e dalle fave e qualche volta - dice Aristotele - anche dalla matrice degli animali e dalle triglie. Quanto a lui si contentava di solo miele o di miele vergine o di pane. Di giorno non beveva mai vino. Come companatico si cibava per lo più di legumi, cotti e crudi, e raramente di pesci. Portava una veste bianca, linda, e le sue coperte erano di lana bianca, perché il lino non era ancora giunto a quei tempi in quei paesi. Nessuno lo ha mai visto né soddisfare le proprie necessità corporali, né immerso nei piaceri d'amore, né ubriaco. Si asteneva anche dal ridere e da ogni sorta di frivole compiacenze come scherzi o racconti volgari.

Qui Diogene Laerzio

# Pubblicato da staff in antologica ~ 16.09.05 09:00 permalink