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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
Carlo Galasso, Uno di meno

Tutti aspettavano la guerra con una specie di curiosità morbosa, a Firenze. Qualcosa di nuovo e d'interessante, una scappatella in trattoria per una persona aristocratica. La guerra, sì, l'avevan sentita ruggire, ma di lontano, alla larga, come una belva in gabbia: qualche bombardamento aereo, molta miseria, un po' di fame. La tristezza della guerra si palesava attraverso le faccie spaurite de' meridionali, e quando, scese le prime ombre della sera, bisognava andare a letto o rincantucciarsi accanto alla radio, messa bassa, quasi un soffio, per non disturbare le passeggiate notturne degli « amici » tedeschi.
Poi, tutto cambiò. Venne il terrore ed anche lui se n'accorse. Uscì che ancora gli rintronava nell'orecchie il passo cadenzato dei tedeschi sulle pietre delle strade. Un passo ossessionante, cupo, saturo di tristezza. Giorni terribili aveva passato: timori, paure, angoscie. Bisognava star quieti, rintanati nel proprio guscio, dimenticare quasi di vivere. Fuori, dovunque, passava la guerra. Una guerra tedesca crudele fino al sadismo. Ogni tanto, nella notte, il fragore degli scoppi scuoteva le fondamenta della casa.

In una stanza dormivano in cinque, per terra. I più fortunati avevano un materasso. Lui, no. Non aveva altro che un freddo odio nel cuore, tutta la sua ricchezza. E cresceva il suo odio nella tenebra della notte. Dio, quanto aveva sofferto, quanto aveva vagato in quegli anni!
Le scarpe da soldato che gli avevano dato al reggimento non erano ormai più che un ricordo. Le aveva portate nel fango, nella polvere, nella tormenta, povere vecchie scarpe da soldato. Ora, dalle ridicole scarpucce di consunta tela sbucavano fuori le dita. E' brutta la miseria. Un paio di calzini costava un patrimonio ed allora bisognava arrangiarsi e consumar quelli vecchi finché ci fosse stato posto per i buchi.
Di lontano, si vedevano ancora fumar le macerie dei ponti. I lanzichenecchi non avevano rispettato nulla. Neanche la grandezza inerme del passato.
S'avvicinò a un crocchio: una donna scarmigliata che tornava di Palazzo Vecchio spiegava con voce concitata che di là dall'Arno si vedevano gli scozzesi a sedere sulle spallette. — E noi, intanto, a soffrire. Ah, se fossi un uomo!...
Quelle parole gli dettero un senso di tristezza. — Se fossi un uomo! — Lui un uomo lo era, eppure che cosa aveva fatto? E che cosa poteva fare? Una specie d'apatia perniciosa aveva legato la sua volontà come quella di tutti. Sì, bisognava davvero sentirsi uomini, scrollare di dosso la vergogna, metter fuori quello che covava dentro, a qualunque prezzo.
Tutt'intorno, desolazione. Negozi saccheggiati, saracinesche sventrate, macerie. E ogni tanto passava sulla testa il sibilo freddo delle cannonate.
A cento metri intravide le sagome tozze di due tedeschi. Infilò ratto in un portone e spiò. Avevan fermato una donna. Due fiaschi d'acqua aveva la poveretta e intorno al polso un piccolo orologio da pochi soldi. Glielo tolsero: era un caro ricordo. I suoi occhi si fecero gonfi e rossi. Sembrò lì lì per piangere, ma poi si trattenne. Dei due fiaschi quello spagliato luccicava al sole coi riflessi più preziosi. Splende, a volte, anche la povertà.
Subito dopo venne avanti un carrettaccio traballante, preceduto da una bandiera bianca sulla quale campeggiava il vermiglio di una croce. E, dietro dietro il carro, nel quale era disteso un bimbo coperto di bende, rotonde gocce di sangue segnavano sul selciato l'orma di una « via crucis ». I due tedeschi sorrisero e accesero una sigaretta.
Attese che passassero, poi sgattaiolò lesto in avanti. Non sapeva dove andare. Firenze era tutta la stessa, una piaga uniforme, un dolore silenzioso ed opaco, nonostante che il sole tripudiasse.
Rifece pian piano il cammino consueto, poi tornò indietro e, tra mille paure, raggiunse la sua soffitta. D'ora in avanti sarebbero stati più larghi. Mario, il più giovane, era uscito e l'avevano « beccato ». Si sentì infelice, ma non solo. Con lui, tutti soffrivano la stessa pena, tutti covavano in cuore la stessa speranza. Quando finirà questa lenta agonia?
Sul tavolo c'era un fiasco d'acqua pieno a metà. Tutto il loro tesoro. L'unica donna che stava nella soffitta non poteva uscire. Il male l'aveva ridotta un cencio. Tossiva tossiva sul suo giaciglio con degli scoppi di tosse così lugubri che sembrava ad ogni istante di sentire i tocchi cupi della campana del Bargello.
Il fratello della donna gli s'avvicinò: — Margherita sta molto male. — Gli tremava la voce e il viso era pallido come quello d'un morto. — Dallo da bere — rispose. — L'acqua è per lei. Noi siamo uomini e possiamo resistere.
La gola gli bruciava dalla sete, ma non ci pensò. Scendevano già le prime ombre della sera, ma ci si vedeva ancor tanto da arrivare a leggere. Prese dal comodino un libro di Mazzini e cominciò a leggere, ma il suo pensiero non si poteva fermare su nulla e quel che leggeva passava dinanzi a lui come in un sogno di febbricitante.
Giorni lenti, d'angoscia terribile. Il cannone accompagnava ogni tanto il tossire lancinante della donna. Poi, una mattina, parve che il sole si destasse più lucente. In un mattino tutto rifiorì come un ramo di pesco. La notizia volò come in un grido: — I tedeschi se ne sono andati. I carnefici scappano.
Fu come se l'orizzonte gli sprofondasse dinanzi agli occhi. Si vestì in un baleno e fu in istrada. Passavano già i primi patrioti, e s'udivano di lontano gli spari soffocati delle rivoltelle. Restò lì in mezzo alla strada come inebetito.
Che fare, in quella marea d'entusiasmo che dilagava e ingigantiva come un torrente impetuoso? Dalle case uscivano gli uomini, pallidi, con le barbe di molti giorni. C'era nelle loro pupille un infantile stupore che frenava la gioia al limite degli occhi ridenti...
Che fare ?
— Abbiamo tanto aspettato la libertà, — disse un vecchio, — che adesso non sappiamo neppure accoglierla degnamente.
Di lontano giungevano sempre gli spari sommessi delle rivoltelle. — Hai delle pallottole calibro 6,35?
— Un momento. Vado su a prenderle. L'ho nascoste nel materasso.
— E io allora? Nel tubo del gas, figurati. Tutto, tutto bisognava nascondere, anche il cuore. Ora no, si può mettere tutto in luce, si può guardarci negli occhi senza timore, da « uomini ».
Cominciarono a giungere le prime notizie: — Là ci sono ancora quei cani dei tedeschi, qua i fascisti sono asserragliati nelle case e sparano all'impazzata. Bisogna snidarli.
Lui, in mezzo alla strada, le mani in tasca, pensava a mille cose e fu trasportato dalla marea. A un tratto gli fischiò un proiettile alle tempie e si schiacciò contro il muro. Più avanti un uomo era stato ferito.
— Son lassù, son lassù, gli assassini ! — gridò una donna.
I patrioti corsero. C'era anche un ragazzetto di tredici o quattordici anni, con la fascia tricolore al braccio e la rivoltella in pugno.
Addossato al muro, l'uomo lo vide e lo fermò: — Tu sei un ragazzo — gli disse. — Queste cose son da « uomini ». — Si fece dare la rivoltella e lo spinse al riparo di un portone. L'altro affascinato, lo lasciò fare, ma gli occhi luccicavano di mestizia.
L'uomo si spinse in avanti, nel gruppo dei patrioti. Dall'alto sparavano sempre. Una bimba, in coda per l'acqua, venne colpita in mezzo alla fronte, e cadde. Una nuova febbre aveva incendiato la testa dell'uomo. Le pallottole gli fischiavano vicine come sulle montagne greche. Anche lui sparò. Ogni tanto un grido, un'imprecazione.
Poi, non vide più nulla. Sentì un senso di caldo nel petto, vicino al cuore. Cadde giù come un masso, riversandosi sul selciato. Più tardi lo trovarono lì, rantolante, lo misero su un carretto e lo coprirono con un lenzuolo. — Non respira quasi più. — Aveva detto un medico. — Morirà per la strada.
Le scosse gli davano uno spasimo atroce. Le forze gli venivano meno pian piano. Si spegneva lentamente, come una candela che abbia dato troppa luce. E nelle strade dove il carretto passava la gente si sporgeva dalle finestre e dai portoni. Vedeva il sangue gocciolare nero sulla pietra e sull'asfalto. — Uno di meno! — dissero. Lui, sotto il lenzuolo, sentì quelle parole. Ma non gli importava. Non chiedeva che sapessero, non ci teneva che piangessero sul suo cammino. Gli « uomini » non vogliono lacrime. Perdonava, perdonava tutto, anche quella menzogna inconsapevole.
In un ultimo sforzo, si sollevò un poco, spinse fuori una mano e sentì il freddo della ruota cerchiata di ferro scivolargli lungo la pelle.
Pensò un attimo alla mamma e sorrise, perché essa lo conosceva e avrebbe intuito la verità. Poi ricadde giù, ma nei suoi occhi c'era l'ultimo lampo di gioia.
— Uno di meno! — dissero. Ma lui non poteva più sentire.

# Pubblicato da romanzieri in antologica ~ 12.08.05 09:03 permalink