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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
James Saxon Childers, Colui che non doveva nascere

Negli anni tra il 1920 e il 1930 ero un giovane insegnante e, forse proprio per questo, il mio studio era diventato un ritrovo dove i miei allievi venivano a discutere i loro problemi e a parlare di sport e di libri. Leggevamo anche versi, e non dimenticherò mai il pomeriggio in cui Sarah Fenton ci lesse uno dei «Sonetti dal portoghese» di Elizabeth Barrett Browning: «In quanti modi ti amo? Lasciameli contare...». Guardava appena il libro: i suoi occhi non si staccavano da Joe Rivers.
Sarah era piccola, con i capelli biondi e morbidi, e guardava Joe come se non ci fosse stato che lui al mondo.

Joe l'osservava mentre lei leggeva, e si vedeva chiaramente che avrebbe voluto prendersela fra le braccia e portarla via. Non ho mai visto due giovani più apertamente innamorati di quei due.
Per quell'autunno e nell'inverno che seguì, Sarah studiò assiduamente, ma in primavera il suo profitto diminuì, ed io gliene parlai. Mi promise che avrebbe cercato di far meglio.
Una mattina feci una lezione sul poeta Robert Burns, e dissi come alcuni lo criticassero non ritenendolo un uomo morale.
Invocai indulgenza per la morale dell'uomo, e ammirazione per la sua poesia. I miei allievi mi ascoltavano intenti, immobili e raccolti. Nulla soddisfa di più un insegnante come quando sa di non aver fatto soltanto un'arida esposizione di fatti, ma di averli illuminati riscaldando l'aula scolastica col suo insegnamento; perciò ero contento nel recarmi nel mio studio dopo la lezione.
Ero entrato da pochi minuti, quando Joe Rivers aprì la porta. Era un bel ragazzo, robusto, di tipo campagnuolo. «Entra pure, Joe». E allungai la mano verso la pipa.
Joe richiuse la porta e girò la chiave. Evidentemente c'era qualcosa che non andava.
«Stamattina in classe mi sembrava quasi che parlaste per me» disse. Prese sul tavolo un fermaglio per la carta, e cominciò a raddrizzarlo.
«Vorrei parlarvi. Forse potete aiutarci». Si guardava fra le mani il fermaglio, torcendolo : «È tutta colpa mia». Le dita gli si contrassero come se fosse sul punto di spezzare il piccolo fil di ferro. «Sarah aspetta un bambino».
Mi disse che non avevano mai pensato che sarebbe accaduta una cosa simile, né che potesse mai accadere; ma ormai era capitata e si trovavano nei pasticci.
«Ci sposeremmo, se potessimo. Ma non ho denaro e perciò dobbiamo cercare di pervi rimedio».
«Non necessariamente» dissi. «Se si tratta di denaro, posso farvi un piccolo prestito. E non dovrebbe essere molto difficile trovare un impiego».
«No!» Sembrava quasi irritato che insistessi per farli sposare. «Ne abbiamo parlato centinaia di volte, e la nostra decisione è presa». Mi guardò fisso, poi si lasciò sfuggire il vero motivo per cui era venuto.
«Credevamo che ci avreste aiutati a trovare un buon medico». Misi da parte la pipa. «Nessun buon medico lo farebbe, Joe».
Queste parole lo spinsero ancora a discutere. Si vedeva che era sui carboni ardenti.
«Senti un po', Joe» gli dissi. «Perché non fai venire qui Sarah per discuterne tutti insieme?».
Joe si fece forza, poi accennò di sì. «Vado a chiamarla».
Quando tornarono, Sarah era rossa in viso, e teneva stretta la mano di Joe. Le porsi una sedia e le dissi: «Joe mi ha raccontato tutto. E tu che cosa ne pensi, Sarah? Vuoi avere il bambino?»
«Ne sarei felice. Ma non possiamo». La sua voce tradiva il pànico.
«Parliamone un po' insieme» dissi...
Si sposarono nel pomeriggio del sabato seguente.
Due mesi dopo Joe venne a scuola e mi disse che avevano preso a prestito una piccola somma, e che tutt'e due si preparavano a cambiar paese. «Vogliamo andar via prima che nasca il bambino» mi disse.
In seguito Sarah mi scrisse poche parole di ringraziamento scelte con cura. Non sentii più parlare dei due giovani.
Il 18 ottobre 1944 era una giornata radiosa sul Pacifico, perfetta per volare. Il grosso aereo era diretto a Saipan, sede del Ventunesimo Comando Bombardieri, ma dovevamo atterrare e rifornirci di combustibile a Eniwetok. Oltre l'equipaggio, si trovavano a bordo 28 uomini tra ufficiali e soldati. Io ero seduto sul davanti e stava leggendo alcuni rapporti.
«Vi prego di scusarmi, signor colonnello».
Un sergente di alta statura era in piedi nel corridoio e additava la mia valigia. «Ho visto il vostro nome, signor colonnello eravate professore d'università?».
Gli dissi di si, ed egli sorrise. «Dovete essere proprio voi. Ho spesso sentito fare il vostro nome dai miei genitori. Sono Fenton Rivers».
Per un attimo il suo nome non mi disse nulla, ma poi capii ch'era il figlio di Joe e di Sarah. Gli tesi la mano. «Che bella combinazione! Mi fa molto piacere che vi siate fatto conoscere». Spostai le mie carte e gli feci posto. «Sedetevi qui e raccontatemi del babbo, della mamma e di voi».
Sarah stava bene e Joe era capo reparto di una fabbrica. Fenton mi disse di avere 19 anni. Continuava a discorrere mentre volavamo verso Eniwetok, raccontando della sua scuola e della sua squadra di calcio. L'Aviazione gli piaceva, e sperava di diventare un giorno pilota. Lo ascoltavo distratto: mi ritrovavo all'università, con i genitori spaventati di questo ragazzo, che mi dicevano che il loro bimbo non avrebbe dovuto nascere.
Infine Fenton si alzò, dicendo: «Scriverò alla mamma e al babbo che vi ho incontrato».
Mi voltai ad osservarlo mentre si allontanava a gran passi lungo la corsia. Era questo il ragazzo che aveva rischiato di non vedere la luce. Rimasi per un pezzo a sedere fissando fuori dal finestrino, e poi ripresi in mano le mie carte. Sentii poco dopo l'aereo che virava, e guardai dall'alto il puntino bianco di un atollo nell'oceano. Era Eniwetok, e stavamo atterrando.
Il pilota scavalcò la pista. Battemmo forte contro il suolo, l'urto squassò l'aereo e il motore n. 3 s'incendiò. Fummo proiettati nuovamente in aria, e sorvolammo la pista a zig-zag, sbandando, finché non picchiammo di nuovo a terra: perduta l'ala destra, l'apparecchio continuò ad avanzare slittando con i serbatoi di carburante in fiamme.
Strisciai carponi verso la porta d'uscita, ma la schiena e una gamba non mi ubbidivano. Giacevo nel corridoio, guardando gli uomini che saltavano fuori.
Il fuoco mi raggiunse e capii che dovevo raggiungere la porta se volevo salvarmi. Mi trascinai in avanti, ma non abbastanza. Provavo un conforto e una strana pace a starmene immobile e abbandonato, ma ancora una volta le fiamme mi divamparono nella mente intorpidita, e provai di nuovo a trascinarmi, senza riuscirvi. Allora vidi un uomo che risaliva sull'apparecchio. Era il sergente Rivers. Mi afferrò e mi scosse. Gli misi un braccio intorno al collo, cercando di tenerlo stretto, ma il braccio mi ricadde. Sentii che mi sollevava e persi la conoscenza.
Non mi ricordo altro di quel giorno o di quella notte. Quando rinvenni, il mattino dopo chiesi del sergente Rivers, ma aveva proseguito per Saipan.
Di recente ho letto una notizia dalla Corea. Il capitano Fenton Rivers, che aveva abbattuto quattro apparecchi nemici, era caduto in un combattimento aereo presso la frontiera mancese. Quell'annunzio e il fatto che ho cambiato i nomi, per i quali il ragazzo avrebbe potuto essere riconosciuto, mi permettono oggi di pubblicare questa storia.

# Pubblicato da romanzieri in antologica ~ 13.08.05 08:25 permalink