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«Il Mattino, 19 luglio 2005»
«Un bel piatto mi diede/ Ceccarella/ Di certi saporiti maccheroni/ Spolverati di zucchero e cannella,/ Da far morir di voglia ogni persona». Questo incipit di uno dei Sonetti per Cecca, scritti dal poeta napoletano secentesco Felippo Sgruttendio de Scafato (identità rimasta misteriosa) dice chiaramente in che ambiente ci muoviamo: siamo nel petrarchismo rovesciato, nel bembismo raffinato reso pantagruelico e osceno da una penna ribalda e goliardica, saccente ma improntata a capricciosa scurrilità.
I versi riemergono da una chicca editoriale della napoletana d’if che, nella collana «i miosotìs», ha licenziato, per la cura di Nietta Caridei, Sonetti per Cecca (pagg. 63, euro 6), una scelta di poesie da La tiorba a taccone, opera strutturata di dieci «corde». Non si tratta di un’operazione filologica accurata (la natura smilza del libretto non permetteva ovviamente grossi apparati critici), ma l’impianto della silloge è apprezzabile, con il testo napoletano a fronte, l’interpretazione in italiano della Caridei, che mantiene le caratteristiche metriche e lessicali del modello, e un glossarietto in appendice con la specifica di quei termini in posizione di rima in cui è stato mantenuto il vocabolo napoletano, impossibile da rendere in italiano. La lettura è godibilissima, soprattutto se eseguita nell’originale napoletano.
Il topos aulico del petrarchismo e della poesia rinascimentale viene rovesciato nel seguito dei sonetti licenziosi, parodicamente bipartiti, seguendo l’orma del modello, in sonetti in vita e sonetti in morte (molto presunta).
Càpita così che il poeta forgi i suoi «blasons» per codesta napoletana che immaginiamo assai triviale e assai allegra di coscia con una verve che avrebbe fatto rabbrividire d’orrore il mite Ronsard. La lode aggraziata dell’amata e il linguaggio selettivo del Petrarca cedono all’eloquio più turpe e all’argomento da fescennino, sicché il canzoniere si ribalta carnevalescamente nella sua gretta corporalità, dilaga e si conchiude nell’oscena materia scatologica.
Guido Caserza
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