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Se potessimo avvicinarci con circospezione ad una casa del passato, se potessimo aprirne la porta senza essere visti da nessuno e potessimo sbirciare o addirittura avventurarci all’interno osservando la casa stessa, il suo arredamento, il contenuto delle pentole sul fuoco o le provviste, l’attività dei suoi abitanti...: se potessimo fare tutto ciò, cosa vedremmo? Una bassa stanza affumicata in cui si affollano uomini e bestie? Un labirinto di ricche sale in cui, tra suppellettili e mobili raffinati, pullulano servi dalle sfarzose livree? Potremmo vedere l’uno o l’altro, a seconda dei contesti. Ma non possediamo una macchina del tempo grazie alla quale realizzare tali fantasie. Per ricostruire la vita materiale delle famiglie del passato dobbiamo dunque mettere insieme quanto di allora è sopravvissuto fino a noi (case, mobili, oggetti vari) e quanto emerge da fonti scritte o iconografiche. Non è poco, certo, ma spesso ci si deve accontentare di oggetti logorati dal tempo, di spazi ristrutturati nel corso dei secoli, di fonti lacunose e indirette, di testimonianze frammentarie.
Per capire come le case e le cose potessero apparire ai contemporanei dobbiamo allora fare uno sforzo di immaginazione. Ma inevitabilmente il quadro che potremo ricostruire presenterà delle zone d’ombra, le immagini saranno spesso solo tratteggiate: sarà insomma molto meno vivido di quello che deriverebbe dall’osservazione diretta (che pure ha i suoi limiti).
Talvolta, tuttavia, contro tutte le attese, nelle maglie delle fonti sono rimasti per così dire impigliati, per secoli, minimi particolari di gesti quotidiani assolutamente banali, di norma destinati ad essere rapidamente dimenticati anche da coloro che li compirono: chissà come reagirebbe Sabbadina Masini, una serva di campagna del contado bolognese, se potesse sapere che nell’anno di grazia 1991 qualcuno ha addirittura stampato in un libro che nella notte tra martedì e mercoledì 16 e 17 giugno 1626 dormì a casa di sua madre «nel medesimo letto suo»... continua
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