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urono gli anni più intensi e contrastati, per esperienze d'arte e di vita, quelli trascorsi dal Caravaggio tra Napoli, Malta e la Sicilia, dopo che - è ben noto - nell'estate del 1606, per aver ucciso in una lite di gioco Ranuccio Tomassoni, suo compagno di strada, di giochi e di avventure, era stato costretto a fuggire da Roma. Fuga precipitosa, che, almeno sul versante esistenziale, al pittore dovette costare non poco, anche perché vi fu costretto in una fase di crescente e sempre più consolidato successo: un successo conseguito per la sua straordinaria capacità di tradurre in pittura, con nuovo vigore visivo e sconvolgente immediatezza comunicativa, aspetti e momenti della vicenda umana e quotidiana percepiti nelle loro apparenze più vere e durature. Una presa d'atto, la sua, immediata, diretta e non convenzionale della realtà umana e naturale, un modo nuovo di fare pittura, bloccando sulla tela, tra contrasti netti e laceranti di luci e ombre, frammenti o, meglio, brandelli, di «verità rivelata», di situazioni umane colte nel momento di più alta e sconvolgente tensione non solo fisica, quanto soprattutto psichica, emotiva, sentimentale. Un modo di rinnovare il fare pittorico dal profondo e nel profondo, che proprio a Roma, in un ambiente ancora legato alle tendenze controriformate della «maniera tarda», gli aveva consentito, in breve tempo, dopo i difficili ma già perentori esordi giovanili, soprattutto al servizio del Cavalier d'Arpino, stretti e fecondi legami, ma non solo di lavoro, con alcuni tra i più prestigiosi esponenti di quel potentato locale, anche culturalmente più avanzato e, a suo modo, spregiudicato... continua
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