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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
Francesco Meriano, L'uomo è lo stile

Uno dei caratteri più pericolosi dell'età letteraria in cui viviamo è il prevalere della teoria sulla creazione: strana contaminatio di raziocinio e di ispirazione, che non pareva possibile dopo tante battaglie contro la cultura e l'accademismo. Affinché questa non paia un'asserzione superficiale, mi spiego. Coloro che oggi scrivono e stampano si atteggiano in qualche modo a posteri di se stessi; guardano attorno, avanti e dietro al proprio corpo, pesano sé medesimi e i contemporanei, dividono confusamente la propria attività in periodi e in volumi, scorgendovi con incauta soddisfazione le tracce di chissà quali evoluzioni.

E' la reazione alla dissoluzione futuristica: perché i lettori avranno capito che parlo di quegli scrittori che hanno reagito al classicismo carducciano, all'umanesimo pascoliano e all'estetismo dannunziano; ben inteso "i tre latini", dei quali, come di Menelik e dell'aviatore Garros, si è annunziata a più riprese morte e sepoltura, sono più vivi che mai, con le loro sconfinate virtù e i loro impareggiabili difetti. Chi ha seguito per un decennio il movimento futurista, s'è accorto che anche questa rivoluzione a programma era bacata dal tarlo teorico, ed è sfociata nella grammatichetta; ma almeno gli artisti che vi parteciparono, in gran parte predicarono male e razzolarono bene, cioè si espressero e si svolsero come la loro natura portava, senza secondi fini.
Varie considerazioni sono intervenute a mutare gli scapigliati dilettanti in rètori e stilisti. Una di indole psicologica: che gli anni passano, e passa "il tempo degli amabili divertimenti", come dice Papini, e bisogna legare il proprio nome alla posterità con qualche opera veramente seria e duratura. Gli scrittori più brillanti, i pensatori troppo audaci, attraversano, in un periodo che va dai quaranta ai settant'anni, la loro menopausa. E proprio Papini, che dei letterati a cui alludo è il meglio rappresentativo, e che ha scritto l'Uomo finito, così bello e appassionato nelle sue incongruenze logiche e nelle sue diseguaglianze formali, ora cristianeggia, ed annunzia al suo pubblico la scoperta del Vangelo. Accade a tutti coloro che vivono esageratamente di se stessi e in se stessi di farsi banditori di verità già accettate, e di credere che a un momento del proprio spirito debba corrispondere un'ora dello spirito universale. Ebbene, mentre Papini si evangelizza, si annunzia di lui un'assoluta novità, inaspettata e non ultima trasformazione: un libro in tutto diverso di quelli già pubblicati. Roba da fiera. Che invece Papini non senta alcuna commozione per la crisi che il mondo attraversa, lo prova il piglio dei suoi ultimi articoli, e per dirne una, quell'Antologia dei poeti d'oggi che è stata cucinata in base a un calcolo commerciale di tornaconto e di usura, ed è preceduta da una prefazione dove Papini, che ci ha insegnato dire sempre la verità, come se la stampa fosse una Corte d'Assise, si può esprimere chiaramente quel che si pensa; e cioè che, fin che si resta nell'innocua letteratura, poco male; ma che un carattere così scettico e negato all'azione, così malconvinto delle proprie opinioni, non dovrebbe occuparsi di problemi che coinvolgono la vita dei suoi simili e l'avvenire della sua nazione, come quelli politici; e tanto meno esercitare un'influenza diretta sulle sorti del suo paese. Se Papini crede di scontare il suo peccato d'interventismo scrivendo, ora, che la guerra è stata una colpa universale, e che tutti abbiamo sbagliato, ci sono cinquecentomila italiani che protesterebbero, se potessero contro queste tardive conversioni filosofiche, che i toscani del dugento non avrebbero permesse a Dante, e sì che la papiniana Bulciano non è troppo distante dalla dantesca Campaldino!
Questa è semplicemente un'esemplificazione, e non la più definitiva che si potrebbe fare, perché Papini è ancora il miglior "caso di coscienza" che offra la sconcissima sagrestia letteraria. Il fatto sta che, come nei rapporti morali, politici, attuali, lo scrittore si misura, si insegna, diventa lo schiavo non delle sue autonome idee, ma delle formule preconcette, così si crea il proprio gergo, la propria posa, intendendo lo stile in un significato esclusivamente esteriore. Come una volta si predicava il frammento (questo è un altro contagio della critica alla poesia, della riflessione all'intuizione) ed era un'analisi esasperata per trovare nella strofa e nel verso gli impercettibili schisti della cosiddetta sensibilità, a cui corrispondeva l'orpellare dei falsari intorno alla più povera ed esaurita immaginazione, così come ora si esalta la complessità dell'opera, l'architettura, il blocco. Prima l'acerbità, ora la maturità: prima la fluidità, ora la compattezza: questi scrittori hanno il sesso smontabile, come Tiresia; possono invirilirsi e smascolinizzarsi a loro piacere. E non pensano che la potenza che ha cantato l'amore di Francesca è quella stessa che ha costruito bolge, gironi e cieli.
E' buffissimo che Carrà, per esempio, predichi la necessità della ricostruzione artistica su una base morale e culturale, in un italiano da Basilio Puoti; e che De Chirico, in un latino ginnasiale, sentenzi: Classicus sum. Per conto mio, a queste continue marce e contromarce, a questo tira e molla, a questa ronda scocciante di critici-autori, di avanguardisti che si ritrovano la natura degli scoliasti, preferisco l'allegra follia dei dadaisti parigini, che spingono alle assurde ed estreme conseguenze i postulati teorici del romanticismo, del misticismo, del simbolismo e del futurismo.
Con ciò non si vuol far l'elogio dell'incoerenza, della versatilità e del versipellismo; ma indicare, se è possibile, una via d'uscita dalla babele in cui si confondono tanti valori reali. Scrittori come Papini, Soffici, Cardarelli, Linati, Baldini, posseggono qualità meravigliose e di razza, cioè ereditate dalla nostra privilegiata tradizione. La moda corrente non può che sciuparle, più di quanto le sciupasse la "sfrenata libertà dionisiaca" dell'anteguerra. Riconducendo le arti della lirica, e questa ai suoi valori umani, si troverebbero le linee di una nuova dirittura, di una conseguenza più intima; quella che non scoprono i creatori, ma i critici illuminati, i lettori. E si giugerebbe al vero stile, consistente nel nesso storico tra la vita pratica e la vita estetica che ne è l'emanazione.
Oggi come oggi, in un'età così dinamica e irriducibile, da una coscienza umana così amorfa ed elastica com'è quella degli scrittori ancor giovani, non ci si possono attendere che le catarsi degli artisti leninizzati che hanno deliziato la Russia bloscevica: degne di uomini mancanti, senz'arte né parte, che passano indifferentemente dal servizio della cultura tedesca all'avanguardia delle fanfare nazionaliste, e dai cabarets parigini alle taverne slave.


Francesco Meriano (1896-1934)

# Pubblicato da staff in antologica ~ 26.07.05 09:37 permalink