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«Il professor Ernst Oppenheim di Vienna mi ha mostrato, basandosi sul folklore, che vi è una classe di sogni il cui significato profetico è stato eliminato persino nella credenza popolare e che possono essere perfettamente ricondotti a desideri e bisogni che emergono durante il sonno. Egli darà presto un resoconto dettagliato di questi sogni che, per solito, sono narrati sotto forma di storielle allegre». Questo è il testo di una nota che Sigmund Freud inserì nella terza edizione dell'Interpretazione dei sogni, pubblicata nella primavera del 1911. L'ipotesi in base alla quale le storie popolari attesterebbero che le persone comuni sono consapevoli del simbolismo sessuale presente nei sogni non era di poco conto ed è comprensibile che Freud avesse voluto sottolinearne l'importanza. Ciò nonostante, già nell'edizione successiva, la nota veniva espunta. La rimozione del riconoscimento non era casuale e rientrava nella condotta, da qualcuno definita «tirannica», che il padre della psicoanalisi teneva nei confronti dei seguaci che osavano contraddirlo. Il nome di David Ernst Oppenheim, la cui «colpa» fu di schierarsi con Adler e dunque contro Freud, non è passato alla storia. Le tracce della sua esistenza sono state strappate a un oblio probabilmente definitivo da Peter Singer con Ciò che ci unisce non ha tempo (Il Saggiatore, trad. di Deborah Borca, pp. 283, 17), un libro che è al contempo la toccante storia di una vita umana e un viaggio a ritroso nella grande Vienna, quella dei decenni antecedenti alla tragedia del nazismo e dell'olocausto. Ma cosa fece Oppenheim di tanto rilevante da meritarsi una biografia, a parte frequentare per due anni il famoso «Gruppo del mercoledì», formalmente conosciuto come la Società Psicoanalitica di Vienna? La risposta più appropriata è una domanda ulteriore: chi è l'autore della biografia e cosa lo ha spinto a interessarsi di un personaggio tutto sommato marginale, un uomo che seppure amico di Freud era comunque un anonimo insegnante di ginnasio? ...
su Il Manifesto
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