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Si racconta che, nel corso di un brainstorming di esponenti del partito conservatore inglese, riuniti per discutere di tattica e strategia, un quadro del partito prese la parola per sostenere che i tories dovevano scegliere pragmaticamente la «via di mezzo», evitando gli opposti estremismi della destra e della sinistra. Prima che costui finisse di parlare, Margaret Thatcher, da poco a capo del partito, frugò nella cartella dei propri documenti e ne tirò fuori un libro: era La società libera, di Friedrich von Hayek. Quindi interruppe il collega e, tenendo ben alto il libro perché tutti i presenti potessero vederlo, disse con un tono che non ammetteva repliche: «Questo è ciò in cui crediamo!», e buttò poi il libro sul tavolo. Un episodio del genere è sufficiente per comprendere gli opposti sentimenti con cui di solito ci si accosta alla figura di Friedrich August von Hayek (1899-1992), certamente uno dei maggiori filosofi sociali del XX secolo. Da un lato, infatti, vi sono coloro che vedono in lui il campione della lotta del liberalismo contro i socialismi realizzati e, brandendo i suoi insegnamenti come una clava, accusano di «totalitarismo» chiunque osi revocarli in dubbio. Dall'altro lato, vi sono coloro che considerano Hayek come il profeta di quella gigantesca «lotta dei ricchi contro i poveri» che nei primi anni Ottanta si inaugurò nel mondo anglosassone con Ronald Reagan e la signora Thatcher, e da lì si diffuse per le contrade del mondo intero, lasciando dietro di sé miseria, disoccupazione, disuguaglianze e precarietà, e per motivi esattamente speculari aborriscono Hayek qualunque cosa dica, anzi spesso senza nemmeno aver letto una riga di quel che ha scritto (ché se lo facessero, molti scoprirebbero che gli sono vicini più di quanto non credano; ma questo è un altro discorso)...
su Il Manifesto
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