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La manutenzione del potere e la condizione della donna (una premessa)

Siamo, in apparenza, uomini liberi maltrattati dalla libertà. Ogni secolo si prolunga nel successivo, ma non si è mai sentito il peso della libertà: solo l’illusione della sua penuria ha generato guerre, rivolte e patetiche petizioni, e una sgradevole cornice di cadaveri. Sangue sprecato invano, sangue che neppure le rispettive patrie avrebbero voluto. Questo, almeno, in tempi e modi diversi, hanno sostenuto tutti gli uomini di potere, dopo un coscienzioso studio della demagogia: non c’è stata epoca in cui l’uomo non sia stato veramente libero: seppure in ceppi, l’anima non può essere incatenata dal governo balordo di un uomo. Qualche pensatore cristiano è arrivato a sostenere che solo il corpo è una vera prigione, giacché per lo spirito non vi sono manette. Ma con le sostanze eteree si è giocato troppo, mentre sulla terra si calpestavano diritti, uno dietro l’altro, secondo quel delitto che il tempo predilige, ossia la schiavitù che in un certo momento storico suscita meno scandalo.
In questa storia della libertà, dove ogni uomo è immacolato, la donna occupa una posizione speciale: l’ordine delle cose, cioè il disordine degli uomini, l’hanno mantenuta nella duratura condizione di felice e soggiogata, e la sua schiavitù, dovunque e comunque, è stata un postulato sociale. Per di più, questo postulato si è dimostrato adatto alla manutenzione della società e, quanto alla libertà, si è limitato a restringerne significato e contenuto. In parole povere, anche l’uomo di potere più stolto (e la storia ne ha dispensate mandrie) comprese sin dal primo istante come, per conservare intatto il privilegio di sedere su un dato scanno, fosse indispensabile dichiarare inutile o inesistente tutto ciò che sarebbe stato rischioso accordare. Così, in ogni tempo, il problema della libertà è stato oggetto delle più tragiche svalutazioni, fino all’esilarante confino nelle faccende filosofiche, che il senso comune avverte con meno urgenza del pane (come se vi fosse un grande differenza). Giacché è veramente difficile trovare due persone che siano d’accordo sul concetto stesso di libertà, si può immaginare quanto sia facile proteggere dalla vista la malattia della libertà: con un’oculata politica di piccole concessioni (a volte di nessuna concessione) si nega a più riprese ciò che si dovrebbe concedere una sola volta e tutto per intero. Ma i tempi cambiano e non ci sono più tiranni contro cui lottare, almeno da queste parti: non è scomparso il potere, invece, e chi lo detiene non è così pronto a metterlo in discussione. Non è un sovrano illuminato che tiene unito il nostro paese (sebbene non escludo che questo status sia nelle ambizioni di qualcuno): questa responsabilità è completamente transitata verso le istituzioni sociali su cui lo stato si fonda, nella veste civile e presentabile che si propone attraverso i fogli della Costituzione: prima fra tutte la famiglia. La donna schiavo non ha neppure subito il trauma di cambiare padrone, perché, libera tra pari, emancipato il suo genere, dipende direttamente dall’uomo che le dorme accanto, senza la futile mediazione di una soffocante oligarchia che in altri tempi discuteva del suffragio universale. Adesso la donna è libera di urlare, se vuole.

# Pubblicato da Roquentin in filosofia ~ 06.05.05 01:18 permalink