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Lettera agli ubriachi

Il mondo non è più banale. Sono trascorsi gli eoni da quando Platone raccontò le sevizie intellettuali a cui Eutifrone fu sottoposto: la ragione di Socrate lo inchiodava in una morale in cui neppure un dio poteva legittimare la migliore azione o la più lugubre volontà. I desideri furono liberi di pascolare da una mente all’altra, ma il mondo fu asservito: non alla ragione, come qualcuno ritiene, perché la ragione è il comodo fantoccio con cui gli innocenti si gingillano a cavallo degli secoli. Cosa sia la ragione di cui parlo è abbastanza ovvio: è la presunzione di verità contenuta in un’interpretazione che voglia legittimarsi per mezzo dell’autorità, presso quelle pedestri menti speculative che non ammetterebbero mai l’uso della parola autorità, e che in una stucchevole e prolissa mungitura di retorica cercano un surrogato socialmente accettabile per la loro modesta attività criminale. Gli innocenti, invece, sono i dannati della spiegazione; interpretare e chiarire, di per sé, non sarebbero attività sufficienti a giustificare un inferno: si deve aggiungere la più genuina mancanza di argomenti: e in questa purezza, in questa disgrazia immacolata, risiede il più comune talento dei cacasenno, di cui il nostro triste paese vanta splendidi e numerosi esemplari. Perciò non si scomodi il logos, a scanso di equivoci, e si intenda “ragione” in un senso del tutto rinnovato.
Il mondo è spiegato, interpretato, e finalmente coperto di ridicolo. La filosofia, che nella testa dei letterati attecchisce come la gramigna nei terreni incolti, completamente malintesa, dona alla più sterile generazione di scrittori del dopoguerra un tono solenne che profuma di imbroglio. Di recente, assistendo ad alcuni dibattiti, ho sempre la stessa sensazione irritante: che un armento stia risalendo una collina che non finirà mai. E’ un lungo cammino nel buio. Non ci sono idee, ma routine di pensiero; non ci sono secondi fini, ma neppure prime intenzioni; non ci sono trucchi, ma solo cipria e rossetto. Della filosofia c’è la ruvida scorza, della letteratura la pallida ombra. Se la penna fosse ancora lo strumento dello scrittore, questi scrittori farebbero collezione di astucci.
Il mondo non è più banale, ma asservito ad una moderna idiozia.

# Pubblicato da Roquentin in letteratura ~ 17.04.05 23:41 permalink