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Con la dissoluzione del tempo libero ad opera della società dell’informazione, la scrittura in rete ha confezionato il genere letterario del minuetto. E’ questa la vera novità. Si dirà che l’analisi è impietosa, che l’assurda oblazione di parole doveva condurre, per forza di cose, dallo sperimentalismo a un ridicolo manierismo, ma che verranno tempi migliori; si aggiungerà che l’osservazione è parziale; ebbene, non ho mai cercato l’imparzialità. Credo che sia meglio studiare bene un fenomeno anziché indagare male le profondità dell’universo.
La scrittura in rete è ormai una polirematica che può designare indifferentemente una collezione di strafalcioni oppure frammenti di una letteratura completamente insensata (o, infine, rare meraviglie). Lo stesso termine letteratura ha subito le conseguenze di una prevedibile inflazione di significato: affermazione rischiosa, perché il primo travet in pausa pranzo si lorderà le maniche di inchiostro per tentare di dimostrare, invano, che qui si voglia mettere del sacro tra i Grandi Defunti e i minuscoli vivi. I ciarlatani, anche se questo concetto non è del tutto chiaro nella loro mente, esercitano una funzione sociale ben precisa: perciò, che parlino pure, blaterare in coro è già riconoscersi. E’ anzi una fortuna che siano così numerosi, perché i bei tempi delle pacche sulle spalle sono appena iniziati, e quando verrà l'ora dei baccanali avranno già fondato cenacoli eruditi e finti da cui sarà facilissimo tenersi alla larga.
E’ il minuetto che mi interessa, per ora. Esso raffigura il tipo che imperversa: il minuetto è il suo stile, il lazzo è la sua scelta di vita. Si tratta, in fondo, del paradossale grillo parlante che dissemina i commenti dei blog con il molesto tono da cavaliere errante, custode del vero, prolisso nelle scappellate e instancabile nel genuflettersi là dove può sperare attenzione e coltivare illusioni: è sempre il primo a portare omaggi, è l’usciere, il maggiordomo di cento nobiluomini chiaramente alla sua altezza. Tutti insieme valgono una salutare disperazione per chi, come me, fa da spettatore; e l’ipocrisia tra pari è un meccanismo di rinforzo tra identiche nullità che con grande dedizione aspirano ad un ruolo da protagonisti, mentre il pubblico inorridisce, e una modesta claque approva. La scrittura si fa compromesso sociale: all’insegna di un’eccezionale idiozia, i nuovi saltimbanchi non avranno timore a riconoscersi, salutarsi, e trovarsi persino simpatici. In qualità di affabili cialtroni, inventeranno un sistema per collaborare e un altro sistema per promuoversi. Concepiranno, tra epos e mito, con il triste sacrificio dell’intelligenza, quelle filosofie tragiche e concilianti che serviranno a legittimare i patetici spropositi che chiameranno, d’ora in poi, letteratura. Già lo fanno. Verrano davvero tempi migliori?
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