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C’è un pregiudizio la cui popolarità è del tutto equivoca, ed è contenuto nell’affermazione che la scrittura in rete abbia una specificità propria, un differenziale stilistico o semantico rispetto alla scrittura su carta. Lo strumento o il substrato non hanno mai avuto un tale peso, per quanto ne so, nella storia della letteratura. Che questa forma di fanatismo possa riferirsi a tutto ciò che è scrittura, e non solo alla letteratura, è una questione di nessun interesse: posto che sia già risolto in anticipo il problema di individuare la letteratura in un’epoca in cui gli scaffali delle librerie contengono più immondizia delle discariche, di certo la scrittura in rete, nell’attimo sciagurato in cui si confronta con la cosiddetta scrittura altra, non fa riferimento alla lista della spesa o all’elenco telefonico di Abbiategrasso. Solo un minimalismo completamente frainteso, e acriticamente divulgato come l’unica forma possibile, come lo specchio incrinato del postmoderno, ha potuto includere nella letteratura ogni futile spargimento di inchiostro. Assumiamo che la questione sia risolta, che ci sia un criterio minimo per distinguere tutto ciò che, non essendo letteratura, faccia uso ugualmente di parole e di concetti: resta irrisolto il mistero della scrittura in rete e delle sue speciali virtù. In cosa è differente il substrato? L’uso di un computer non condiziona alcunché, naturalmente, giacché quasi nessun autore si diletta come amanuense, e i manoscritti sono consegnati all’editore in formato digitale. La novità sarebbe il tempo reale, nella moderna cornice di una comunicazione che procede su ritmi forsennati: in una sola bestemmia, le interconnessioni (se vi fosse un tribunale per gli abusi nei confronti della lingua italiana, almeno metà della popolazione dei blogger verrebbe falcidiata). A lume di ragione, c’è qualche bel guadagno per i giornalisti e nessuno per gli scrittori.
A parte alcuni commoventi tentativi di scrittura collettiva e alcune stravaganti competizioni tra fracassoni impenitenti, la scrittura era e resta un’impresa asociale, una fatica nella più arida solitudine, e infine un gesto politico. L’illusione che si possa pensare assieme e scrivere assieme genera mostri pubblicamente adulati e socialmente acconci. Di fronte alla comune frustrazione di non essere scrittori, una comune menzogna placa la mortificazione, e infine la generale indulgenza di questa umanità delusa dalla penna compie il miracolo: si inventano nuove parole per nuovi statuti, si spaccia la confusione mentale per codice di comunicazione, si formulano nuove teorie critiche allo scopo di convalidare sedicenti letterati e di conferire loro un’autorità che valga come patentino di cacasentenze: si dice di tutto, si scrive di tutto, e alla fine dei lavori si espone con generosità l’etichetta letteratura in calce ai fogli più insulsi.
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