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Il nuovo film di Ozpetek, rispetto a ciò che ci si aspettava, è tutt'altro, perché sposta i suoi interessi su un livello più profondo, rendendolo la sua opera più ambiziosa. Nonostante ciò, non abbandona le sue storie di riscoperta del sè-emotivo, costruendo ancora il plot su un incontro-chiave e sulle sue conseguenze.
La sceneggiatura è molto bella e curata, ed è basata su una dicotomia molto chiara ed esplicita, quella tra i "due cuori": la casa vecchia e quella nuova, la follia intransigente e il calcolo monetario, "il denaro e i ricordi". Storia di un processo religioso interiore, sorta di cammino francescano al femminile (anche iconograficamente).
Intriso di una religiosità calda e particolarmente sentita, ricco di momenti toccanti e alcune ottime trovate registiche (giustificate - come il piano sequenza dell'ospedale - o non - alcuni balletti intorno ai personaggi), il film risente però di quei momenti in cui l'autore esagera (probabilmente perché ne sente la necessità, come i già citati riferimenti iconografici), oppure di quelli in cui all'opposto, si rinchiude nel disinteresse e in un briciolo di noia.
Il finale è un coup de theatre, ma dei più attesi: non giunge come un ribaltamento inaspettato, bensì come una strada su cui dirigerci nel bivio tra follia ed esaurimento, e una vena di santità insita in Irene come in tutti noi, nel nostro cuore sacro. Come un sogno da cui farci trasportare, insomma, magari durante i titoli di coda (le solite, non c'è che dire, belle musiche di Andrea Guerra), ma forse preferivamo decidere noi che percorso prendere, e quel volto su quel quadro è molto suggestivo ma taglia in due l'emozione lasciando l'amaro in bocca.
Comunque splendido il cast, senza di cui il film forse crollerebbe prima (o più facilmente), e che riconferma le doti di direttore d'attori di Ozpetek: grandissime le due zie Lisa Gastoni ed Erika Blanc come rappresentazione vivente del tema del film, mentre la bellissima protagonista Barbora Bobulova dà un'altra grande prova d'attrice: il suo "monologo" chinata accanto all'albero mette i brividi, e nella scena della conferenza (un po' facilona) la sua interpretazione è perfetta.
Ma è la giovanissima Camille Dugay Comencini la trovata migliore, perché buca semplicemente lo schermo, regalandoci forse il personaggio più bello, o più istintivamente bello, del cinema di Ozpetek, giocandosela con quello splendido guardo triste di Massimo Girotti nella Finestra di fronte (e non è la sola affinità tra i due). E forse ci fa arrabbiare che le cose vadano come vadano, perché sospettiamo un pizzico di malizia sadica negli intenti di Ozpetek: speriamo di sbagliarci.
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