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Il titolo francese dell'ultima raccolta di racconti di Agota Kristof, C'est égal, allude a una pretesa indifferenza, a una impermeabilizzazione difensiva per cui qualunque cosa accada fa lo stesso, a indicare che la distanza emotiva è forse l'aspirazione maggiore alla quale tendono i personaggi convocati in queste pagine. Sono figure in nulla memorabili, accordate come appaiono alla insignificanza della vita; solo il debole legame con la riluttanza a lasciarsi coinvolgere nei sentimenti le lega ai gemelli protagonisti della Trilogia della città di K., che ricordiamo affannati a cancellare dal contatto con la pelle l'impronta delle carezze distribuite loro dai passanti in cambio delle performance con cui si guadagnavano la sopravvivenza. In quel libro Agota Kristof aveva dato fondo non soltanto alle sue singolari doti stilistiche, ma alle vulcaniche risorse di una immaginazione che tra le pagine di questi suoi racconti più recenti - titolati Vendetta nella versione di Maurizia Belmelli che Einaudi farà uscire l'8 marzo - sembra essersi raggelata. Sono pagine di sapore minimalista non tanto per quanto vi accade, che è anzi spesso iperbolico, ma per i rapporti di causa e effetto che vi si stabiliscono, assecondati da una economia della scrittura che tuttavia prevede parole meno reticenti che in passato per nominare il dolore, e via via tutto l'inventario delle qualità negative in dotazione alla vita, in testa lo squallore e la solitudine. Quella solitidine che la Kristof non nomina mai ma alla quale sempre allude, velandola del pudore ispirato da una impossibile condivisione. Tutto sembra scorrere, in queste pagine, senza lasciarsi alle spalle grandi sconvolgimenti: una donna che ha ammazzato il marito pretende di fare credere al medico che l'uomo è precipitato dal letto direttamente sulla lama di una scure; una statua parlante rivela di avere abdicato alla sua condizione umana dopo avere ucciso il suo cane, ora anche lui petrificato; un uomo rincorre le voci di coloro che sbagliando numero lo chiamano al telefono; anime morte di individui qualsiasi parlano da un altrove non più distante di quanto non fosse la percezione di tutto quel che avevano intorno; persino un puma che si ciba di anime fa la sua apparizione onirica in un racconto sospeso, come altri, in atmosfere surreali; mentre l'uomo che parla dal futuro lo descrive come un luogo dove «ci sono soltanto campi morti e fangosi»...
su Il Manifesto, assieme a un racconto dell'autrice: la casa
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