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Quanto rende il bel paese?

«L’opera dei lavoratori non produttivi, come la recita dell’attore, l’eloquio dell’oratore o gli accordi del musicista, svanisce nel momento stesso in cui viene prodotta». Così Adam Smith nella Ricchezza delle nazioni inquadra la cultura come l’ambito naturale del lavoro non produttivo: la spesa per le arti serve per il tempo libero e non contribuisce alla ricchezza dello Stato. Ma dall’epoca di Adam Smith molta acqua è passata sotto i ponti e oggi il concetto di “economia della cultura” è largamente accettato anche se, come spiega l’economista Michele Trimarchi, «non si può parlare dell’economia della cultura come di una disciplina a sé stante, ma piuttosto di un campo di applicazione che per molti versi presenta più gradi di libertà che vincoli. Il fatto che si tratti di un settore specifico, per di più pervaso da influenze metaeconomiche, lo rende in questo senso particolarmente incisivo grazie alla sua capacità di sviscerare aspetti ormai diffusi e rilevanti anche in gran parte dell’economia più tradizionale, che si mostra sempre più influenzata da valori e gerarchie immateriali». Guadagnare con la cultura è quindi possibile? E i beni culturali possono diventare un vero motore economico per una comunità?
su Il Domenicale

# Pubblicato da romanzieri in curiosità ~ 07.03.05 14:20 permalink