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Da qualche anno è in corso una rivalutazione critica de Les Natchez, la saga indiana che François-René de Chateaubriand compose durante il suo esilio inglese, tra il 1794 e il 1799. Fuggito nottetempo a Londra dalle fiamme della Rivoluzione, con la famiglia decimata e senza più un soldo, il giovane scrittore bretone si ritrovò a comporla nello spazio angusto della soffitta in cui cercava di sopravvivere agli stenti, grazie a saltuari incarichi da precettore e ai modesti sussidi che anonimi benefattori devolvevano a favore degli immigrati come lui in difficoltà. Libro controverso, segnato dalla coesistenza, non di rado conflittuale, di molteplici registri narrativi, il lavoro sugli indiani ribelli della Louisiana - che nel 1722 erano insorti contro i coloni francesi, resistendo strenuamente per sette anni ai tentativi di repressione coordinati dalla Compagnia d'Occidente - doveva mostrarsi, nelle intenzione dell'autore, come una messa in causa dell'enorme congerie di materiale etnografico raccolto durante il suo viaggio del 1791 nell'America del Nord, e, almeno in parte, già usato come supporto documentario per la stesura del ben più noto e famoso Saggio sulle rivoluzioni. Pubblicando quest'ultimo lavoro di taglio prettamente storico-comparativo, trovandosi ancora in sintonia con l'acceso anticlericalismo e in pieno accordo con lo stile dei philosophes, Chateaubriand era riuscito solo in parte nell'impresa di guadagnarsi i favori degli ambienti londinesi vicini ai fuoriusciti francesi (in sostanza nobili decaduti, privati di titolo e terra, e scampati alla ghigliottina), e, soprattutto, non aveva ottenuto quei consensi e quella notorietà a cui, neppure troppo segretamente, la sua ambizione mirava. Notorietà che raggiunse solo nella primavera del 1802... su Il Manifesto
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