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Nato a Venezia nel 1713, Gasparo Gozzi fu sempre afflitto, come il fratello Carlo, da grandi problemi economici. Con la prima moglie, la poetessa Luisa Bergalli, dovette tuffarsi in faticose e spesso sfortunate imprese editoriali, riducendosi a tradurre su commissione Plauto, Longo Sofista, Luciano, Molière e Klopstock. Più aperto ai nuovi fermenti culturali rispetto al fratello, fu estimatore di Goldoni e scrittore e poeta satirico. Il suo esordio fu nel 1752 con la raccolta Lettere serie, facete, capricciose, strane e quasi bestiali.
Scrisse per anni su La gazzetta veneta, Il mondo morale, e L'Osservatore veneto. Dove trovò la misura di un linguaggio nitido e leggero, ironico e preciso, che tratteggiava la cronaca veneta del tempo. Gasparo morì a Padova nel 1786.
Gasparo Gozzi
Il topo di città e il topo di campagna
Un sorcio, che in città facea sua vita,
vide un dì il cielo placido e lucente.
Questo ad uscire e a passeggiar l'invita
alla campagna ed a fuggir la gente.
E mentre in parte ombrosa e assai romita
si gode, e nulla fuor che l'aura sente,
con passo onesto e faccia assai tranquilla
gli venne incontro un topolin di villa.
Con somma cortesia fan le abbracciate,
diconsi ben venuto e ben trovato:
fin che il sorcio di villa disse: - Entrate
meco in un bucolin da questo lato:
certo vogl'io che un bocconcel mangiate,
e siate del cammino ristorato. -
Così gli dice, e seco il conducea
nel bucolin che per albergo avea.
Quivi il povero sorcio contadino
con noci e poma e pere ed altre frutte
fàgli accoglienza come a un suo cugino
ma perde le fatiche e l'opre tutte;
poi che al sorcio gentile cittadino
paion quelle vivande vili e brutte;
nessuna di sé degna tien che sia,
onde le assaggia sol per cortesia.
E su 'l partirsi con gentil parlare
dissegli: - Amico, deh! Fammi un piacere
io t'attendo doman meco a pranzare:
sto nel tal loco: addio: viemmi a vedere. -
Vassene; e l'altro, che solea mangiare
spesso radici e gli parea godere,
ritrova il cittadino a grande onore
star nella guardaroba d'un signore.
La casa ivi parea dell'abbondanza:
cacio, prosciutti, salsicce e salami,
olio e butirro v'è sì che n'avanza,
roba per mille seti e mille fami.
E' ricevuto con gentil creanza;
e perché a suo piacer mangi e si sfami,
tosto senza aspettar desco o tovaglia,
assalgon tutti e due la vettovaglia.
Ma una gatta miagolar si sente,
onde si credon morti e rovinati:
fuggono tosto, e cascan lor dal dente
i cibi saporiti e delicati.
Passato il rischio vanno incontinente
alla lor mensa, ed eccogli assettati:
ma ecco un cuoco apre la serratura
e si rimpiattan pieni di paura.
La terza volta tornano a sedere:
la terza volta ancor credon morire,
perch'entra nella stanza uno staffiere
che gli fa dalla tavola fuggire.
Tornan la quarta e speran di godere;
ma una femminetta ecco venire,
onde di su e giù vengono e vanno,
con sospetto ogni volta e con affanno.
Il sorcio villanel, che ognora visse
felicemente e cheto nella sua campagna,
e cupidigia o tema non l'afflisse,
e vede or morte ogni boccon che magna,
prese licenza e in tal guisa gli disse:
- la tua gran mensa il cor non mi guadagna.
Ti dico il vero: a me, fratel, non piace
tanta abbondanza e non aver mai pace.
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