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Marcel Proust morì di asma nervosa. La sua, è stato più volte osservato, è l'opera di un malato. Un malato particolarmente lucido e irresponsabile, se è vero che, mentre i medici si dichiaravano impotenti dinanzi alla sofferenza che «gli consumava l'aria» e la vita, lui ne abusava senza alcuna parsimonia, piegandola, con deliberata noncuranza, al servizio della propria scrittura e della propria coincidente, sempre prossima, rovina. L'asma e la paura di soffocare - entrate, secondo l'espressione di Walter Benjamin, definitivamente nell'arte o, ipotesi non meno suggestiva, dall'arte create e rigettate nella vita - avrebbero modellato la sua sintassi, determinato la struttura e il ritmo di una frase che, a detta di taluni critici, suonava «così poco francese» da apparire quasi sospetta. Per contrasto con il tipico stile d'Oltralpe, dove brevità e chiarezza erano doti irrinunciabili, vi fu chi individuò un'ascendenza tedesca nei tratti di un'articolazione espressiva talmente complessa da prolungare «il periodo ben oltre la durata di un respiro umano». Ma i grandi libri, da sempre, avrebbe puntualizzato Proust in una chiosa di Contro Sainte-Beuve, «sono scritti come in una lingua straniera», e «sotto ogni parola ognuno mette il proprio senso, o la propria immagine, che è spesso un controsenso», salvo poi ricordare che «nei bei libri, tutti i controsensi in cui si cade sono belli». Per Henri Ghéon, la pacata ricercatezza che da questo ritmo deriva, «fatale col suo piegarsi sui dettagli infinitesimali registrati dalla memoria», non di meno manifesta una vitalità straordinaria e una spontaneità mai spenta. La frase proustiana, segnata dal «buon uso» della malattia, proseguiva Ghéon nel saggio su Swann pubblicato, nel gennaio del 1914, dalla «Nouvelle revue française», trova ragione e scopo della propria esistenza nella capacità di «raccogliere il maggior numero possibile di oggetti, gettando una sorta di rete, che può estendersi all'infinito e che poggia sul fondo oceanico del passato»... su Il Manifesto
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