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«Se ti cerco con Google, cosa trovo?», chiede sistematicamente la cacciatrice di nuove tendenze (cool hunter) Cayce Pollard ai suoi interlocutori, nell'ultimo romanzo di William Gibson, L'Accademia dei sogni (Mondadori 2004), il primo ambientato non più nel futuro del cyberspazio, ma nel presente di Internet. Come a dire, il cyberspazio c'è già, e siamo noi. E il grado di visibilità del nostro nome digitato da un estraneo sul più famoso e gettonato dei motori di ricerca è già un indicatore plausibile della popolarità di un singolo, di un prodotto, di un concetto. Gli angloamericani hanno già coniato il verbo, to google. Lo scambio di battute che Gibson mette in bocca a Cayce per molti ventenni e trentenni non ha nulla di strano. Il virtuale intrattiene ormai una trama fluida e produttiva di rapporti col reale, si è reificato, o realizzato. Fa parte delle nostre interazioni quotidiane col mondo. Internet è percepita da molti come una miniera di informazioni sempre costantemente disponibili, a portata di mano. Senza dubbio questa è stata una delle chiavi del successo della Rete, e certi discorsi sull'attendibilità dei contenuti reperibili nel web sembrano già acqua passata. Ma lo sono veramente? Davvero il filtro non è più (anche) esterno ma (solo) interno al soggetto che dialoga con la Rete? Quello che è certo è che ogni giorno dobbiamo ricordare che sta a noi, e solo a noi, decifrare la plausibilità delle informazioni che ci arrivano dai media. Internet, a differenza della tv, non costruisce una fiction di plausibilità. Tuttavia, l'apparente immensità della Rete, il suo proporsi come nuova borgesiana Biblioteca, porta a volte a dimenticare, come accade di fronte ai più grandiosi manufatti, che un giorno sono stati costruiti. Qualcuno ha fatto, banalmente, data-entry. La produzione dei testi, al cuore del processo, sembra scomparire dalla catena di montaggio, risucchiata nella categoria di «ciò che esiste» (da sempre?).
Al contrario è proprio sulla produzione di testi, individuale e collettiva, che c'è da attirare l'attenzione. Soprattutto sulla seconda... su Il Manifesto
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