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Non c'è forma della rappresentazione - dalla pittura, al cinema, al teatro, alla letteratura, alla fotografia - che Susan Sontag non abbia appassionatamente frequentato, indagato, messo alla prova di quel che passa per essere scontato e al suo sguardo non lo è mai. Persino l'apparizione dei primi grattacieli di New York, davanti agli occhi increduli della attrice polacca protagonista del suo ultimo romanzo In America, si staccavano con prepotenza dal fondale della nostra immaginazione, ingombrata da milioni di immagini documentarie e cinematografiche, per avanzare verso il lettore trascinandolo a una rinnovata meraviglia. Ma forse, di tutte le arti che hanno catturato l'attenzione dì Susan Sontag, la fotografia è rimasta nei decenni quella verso cui ha mantenuto una affezione più costante, probabilmente per la seduzione esercitata dal suo carattere di leggibilità universale, per l'intrinseca democraticità del suo valore testimoniale, che valica le frontiere stabilite dalle lingue e dai back-ground culturali, sebbene non ci sia evidenza che possa fare a meno della parola per essere interpretata.Quando circa trent'anni fa apparve il saggio di Susan Sontag Sulla fotografia la sua eco fu tale che si riprodusse in una miriade di citazioni, imitazioni, parafrasi; e non soltanto perché quasi nulla era stato scritto fino a allora sull'argomento, ma perché quel saggio - inaugurale di un interesse che sarebbe velocemente diventato di moda - conteneva già in sé un panorama dal quale ben poche considerazioni sembravano restare escluse.
Solo apparentemente il libro che esce in questi giorni da Mondadori - nell'ottima traduzione di Paolo Dilonardo, con il titolo Davanti al dolore degli altri - riprende la riflessione sulla fotografia per estenderla alle immagini di guerra: è piuttosto la storica alleanza tra due messe a fuoco, quella dell'obiettivo e quella delle armi, a costituire il vero soggetto di questo saggio... su zoooom
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