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Il 22 febbraio 1803 John MacNamara salì sul patibolo a Londra, accusato di aver preso parte a una vasta cospirazione per abbattere la monarchia inglese e instaurare la repubblica. Si trovò accanto Edward Marcus Despard, un ufficiale dell'esercito accusato di aver tirato le fila quella cospirazione. Dopo un rapido sguardo rivolto al boia, MacNamara si girò verso Despard e gli disse: «ho paura, colonnello, che ci siamo cacciati in una brutta situazione». Raccontano i giornali dell'epoca che Despard così gli rispose: «ce ne sono di migliori, e qualcuna peggiore». Si girò poi verso il boia, e al momento di infilare la testa nel cappio gli disse: «fa molto freddo, credo che avremo pioggia». Il colonnello Despard sapeva di che cosa parlava: aveva imparato a leggere i segni del tempo in lunghi anni di navigazione. In Giamaica, una delle maggiori società schiaviste del mondo, e poi in Nicaragua (dove aveva combattuto con Lord Nelson, il futuro eroe di Trafalgar), e nel Belize, aveva visto con i suoi occhi situazioni peggiori di quella in cui egli stesso si era cacciato, finendo sul patibolo. Nato e cresciuto nell'Irlanda devastata dalle carestie e dal colonialismo inglese, Despard si era arruolato giovanissimo nell'esercito, e aveva partecipato all'epopea della costruzione dello «Stato marittimo» britannico. Una biografia non certo straordinaria, per l'epoca: ma con il passare del tempo, lo sguardo del colonnello aveva cominciato a distrarsi dai fasti dell'impero e dell'accumulazione capitalistica su scala atlantica. Aveva cominciato a fissarsi su altre storie: la resistenza degli schiavi e le comunità dei maroons (gli schiavi fuggiaschi), la solidarietà tra i marinai e le forme di organizzazione comunitaria degli indigeni.
Quando tornò a Londra, nel 1790, portò con sé, oltre alla moglie Catherine, un'afroamericana, la memoria dello sfruttamento e delle lotte all'interno del movimento abolizionista, tra i lavoratori e i proletari che avrebbero dovuto rappresentare la base del moto insurrezionale del 1803. La portò anche sul patibolo, dove proruppe nel vibrante appello alla libertà della «razza umana» che pronunciò prima dell'esecuzione, una vera e propria eresia in anni in cui i confini dell'impero stavano cominciando a essere cementati da ideologie razziste. E infatti lo sceriffo lo interruppe precipitosamente, mettendolo in guardia dall'usare «un linguaggio così incendiario»... su Il Manifesto
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