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Brad Anderson, il cui Session 9 aveva convinto (ma fino a un certo punto), da un soggetto semplice ma abbastanza robusto dello "sceneggiatore per caso" abbonato ai remake Scott Kosar, costruisce un film a sorpresa (non per questo sorprendente), inquietante e malsano.
La produzione è spagnola, e si sente una certa libertà produttiva, soprattutto nel ritmo ipnotico e implosivo. E si vede, questa sì piacevole conferma, che Anderson sa giocare bene con elementi basici (rumori, silenzi, corpi, spazi) più che con gli effetti del cinema industriale. Pochi soldi e qualche guizzo creativo (visioni, ripetizioni, filtri).
Ma la forza del film, senza la quale forse il film funzionerebbe meno bene, è l'interpretazione dello scheletrico Christian Bale: dimagrito fino all'invisibilità, è davvero il punto-limite dell'utilizzazione del corpo attoriale, e della sua visualizzazione sullo schermo, con notevoli effetti plastici, sottolineati però con molta veemenza da una sceneggiatura un po' ingenua: "se dimagrissi ancora un po', smetteresti di esistere".
Visto che di "scatola cinese" si tratta, e che di "film a indizi" se ne vedono ormai a vagonate (rendendoli quasi un para-genere, forse persino in declino), è interessante come The Machinist si distacchi da molte produzioni recenti nel modo in cui appunto amministra la "sorpresa" finale: a Kosar non importa cosa sia vero e cosa meno (chiaro dal principio, speriamo volente), ma il come e il perché, che ci vengono rivelati nel finale.
Improvviso, intenso e malinconico, il finale esorcizza il motivo principale del film (il senso di colpa) e riesce a convincere senza troppi sforzi.
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