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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
"L'inventore di favole - Shattered glass", di Billy Ray

Tra i non pochi "ritardi eccellenti" della stagione cinematografica in corso, esce anche in Italia "Shattered glass". Il film, tratto da un celebre articolo di una rivista online statunitense, racconta la storia vera di Stephen Glass, giovane promessa del giornale "New republic", rivelatosi poi un talentuoso inventore di favole ("The fabulist" è il titolo della sua autobiografia).

Il film mette in gioco diversi temi fondamentali, come il labile confine che separa realtà e menzogna, il rapporto del reale con la comunicazione mediatica, il discorso sulla "narrazione per immagini". Tema, quest'ultimo, che riguarda anche il cinema, soprattutto documentario (basta pensare ai "September tapes" di Christian Johnston). Ma soprattutto il potere affabulatorio di un atteggiamento conformista: in un mondo (lavorativo e umano) in cui si è abituati ad essere trattati a pesci in faccia, si è disposti a fare un eroe di chiunque si comporti in modo gentile, di chiunque ci dica quello che ci si vuole sentir dire. Di chiunque insomma, come dice uno dei protagonisti, sia semplicemente "divertente".

Da una vicenda simile, così paradigmatica di un "punto di rottura" per il mondo della comunicazione, e anche solo così curiosa e significativa, qualunque buon regista avrebbe tratto un capolavoro. Billy Ray, disastroso sceneggiatore de "Il colore della notte" e di "Vulcano", e all'esordio come regista, sceglie una via discorde ma tutto sommato originale: in un caso così raro, dove la storia dice più cose dei suoi personaggi, sceglie di stare attaccato a quest'ultimi, di parlare soprattutto dei loro rapporti interpersonali, dell'affezione, dell'inganno individuale, più che far fuoriuscire le metafore sottese alla trama.

Hayden Christensen è perfetto: assolutamente nella parte, nato per questo ruolo. Ma a metà film ci si rende conto che in realtà il vero protagonista è Chuck Lane (Peter Sarsgaard, bravissimo anche lui), perché è l'unico a non cadere nella trappola affabulatoria di Stephen, ed è l'unico a non sembrare rimbecillito dalle sue tattiche comunicative.

Billy Ray sceglie anche di dare una giustificazione alla sua illuminazione: riprendendo il personaggio di Sarsgaard con moglie e figlio. Sembra inspiegabile questo attaccamento al privato, che si pone ben al di fuori delle situazioni strettamente "narrative", ma in realtà il messaggio è trasparente: Chuck possiede dei valori (rappresentati simbolicamente dalla famiglia) che Stephen non ha. Una tendenza moralizzatrice e livellatrice che abbassa il tono di un film che si sarebbe voluto (e potuto) vedere più acido, più lucido, più attento alla contemporaneità, e che invece sembra già invecchiato.

Tuttavia, è molto piacevole dall'inizio alla fine, ben recitato, con qualche ottimo passaggio (come la scoperta della "verità" da parte di Chuck) e con una trovata narrativa fondamentale nel finale, in cui Ray, mescolando i piani diegetici, riesce finalmente a trasmettere quel senso di confusione tra realtà e immaginazione che domina la mente di Glass.

# Pubblicato da giovanecinefilo in visioni ~ 18.11.04 15:26 permalink