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2046, di Wong Kar-wai

2046 è il numero di una stanza d'albergo, prigione per la mente del suo protagonista. 2046 è il titolo del suo decadente ed erotico romanzo di fantascienza. Ma 2046 è il posto dove va a finire la memoria, è anche in un certo senso quel buco in cui Chow sussurrava il suo segreto. E' un luogo senza spazio fatti di volti e di ricordi. Sintetizzare la tematica di un'opera apparentemente così complessa è invece estremamente semplice: 2046 è un film sul ricordo, ed è soprattutto un film sul rimpianto.

Il rimpianto di un uomo che vede l'amore sfuggirgli di mano, in ogni sua forma. Un rimpianto che, come il ricordo della donna amata, non ha quasi forma. Il rimpianto è quella presenza che c'è-non-essendoci, che non riesci a dimenticare, quella Su Li-zhen che ha cambiato la tua vita. Quell'assenza che cerchi in tutte le donne della tua vita, in un nome, in un gesto, in un passo.

2046 non è il sequel di In The Mood For Love, per fortuna. E' però un'ipotesi che ha statuto di sequel: la presenza del precedente (e della sua meravigliosa protagonista Maggie Cheung) è aleggiante per tutta la durata del film, e non solo nel nome del protagonista o nella sua professione. Tale presenza è però anche ingombrante.

Lo stesso rimpianto di Chow per Su Li-zhen è anche quello che provano i fans di Wong Kar-Wai. Insomma, bisogna mettersi il cuore in pace: 2046 non è In the mood for love. Non è un tale capolavoro, non ha la sua solenne perfezione, e soprattutto non possiede la sua inarrivabile magia. Ma non è nemmeno il caso di mettersi le mani nei capelli: 2046 è un film prezioso e affascinante. Certo che è un film iconograficamente irrisolto (tra romanzo e vita), narrativamente sfilacciato (tra passato presente e futuro), e con una cura dell'intreccio fin eccessiva vista la linearità della vicenda: in In the mood for love per giocare con il tempo bastavano due vestiti e qualche ellissi. Ma soprattutto è troppo "riassuntivo" di una poetica per essere emozionante.

Ma è d'altro anche di una bellezza figurativa (s)folgorante (ancora Christopher Doyle) che non si può ignorare con accuse di formalismo. Così come è diretto innegabilmente con grande maestria e un labor limae immenso, con la solita ricerca sulle superfici riflettenti, sui dettagli umani, sui confini della pellicola. E infine, è interpretato con un fascino sognante e fuori dal tempo da tutti gli attori. E non è un film vacuo come può sembrare e come molti hanno detto: ci parla dell'amore e dell'assenza in modo malinconico e amaro, ci parla di un uomo incapace di afferrare l'amore perché l'ha già trovato e perduto.

Non si può nascondere tuttavia una sorta di insoddisfazione. Come le sensazioni di cui è fatto questo film, così è l'insoddisfazione: lieve e epidermica. Ma solo relativa al capolavoro assoluto che sarebbe potuto essere, e alla sensazione (soprattutto dopo aver visto The hand, episodio di Eros) che da Wong ci si possa aspettare sempre di più. Invece è solo un bel film.
Peccato.

# Pubblicato da giovanecinefilo in visioni ~ 09.11.04 16:01 permalink