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I testi, i giovani, Narciso I e II

«Con che diritto si ostacola o si vieta l'accesso a testi che esistono, sono discorso dato, fermato in carta, rete, unione, comunità?» (Marco Giovenale

, in un post recente in www.slow-forward.splinder.com). La frase si riferisce ai «modi noncuranti e urtati» di chi considera cosa propria (ed esclusiva) il proprio curriculum. Il problema del perché si scrive si porta dietro un complemento di vantaggio o di fine: per chi? a favore di chi? per quale scopo? Tutto il linguaggio e tutta l’arte sono un Narciso allo specchio (ma del mito non si coglie mai la conclusione: Narciso, che fu «molto bellissimo», ne muore, non ne vive): una costruzione ‘seconda’ rispetto alla realtà ‘prima’. La realtà dell’uomo non è la realtà: è, tautologicamente (narcisisticamente), la realtà linguistica dell’uomo. Per gli (altri) animali la realtà è un’altra. Il narcisismo-specchio-morte è paradossalmente sano. Quello che comporta un culto di sé, e l’esclusione violenta di altri, no. Né quello che comporta un disprezzo ingiustificato, di cui si sente sùbito la volgarità, per alcuni autori (troppo cattolici agli occhi di chi è di sinistra, troppo di sinistra agli occhi dei cattolici; troppo gay agli occhi di chi non lo è: in àmbiti culturali medio-alti si ride ancora dei gay, e Pasolini può essere innominabile anche a sinistra).

In www.cepollaro.splinder.com, Florinda Fusco ha scritto parole lucidissime: «La catastrofica situazione della realtà letteraria di mercato non esclude, dunque, che in questo momento in Italia ci siano intellettuali e scrittori di grande qualità. Il problema è che la loro posizione è, tranne rarissime eccezioni, di paria, la loro voce è inascoltata. Pensare, d'altra parte, alla fine della letteratura, credo sia un atteggiamento culturalmente egocentrico. Cosa rappresentiamo noi nell'infinito ciclo della storia e delle arti? un piccolo punto, a cui seguirà un altro punto. La situazione già riscontrabile in generazioni passate, di paria intellettuali, mi sembra si stia moltiplicando, sia diventata la situazione definitiva della scrittura che cerca di dire qualcosa».

In questi ultimi giorni mi confronto con una questione, anche privata, di ruoli e funzioni: ha senso cercare la «grande qualità» all’interno di una vita fatta di immodificabili «contratti a progetto»? A chi la cerca si può replicare che in un mondo disgraziato non si cresce mai (Marco Giovenale nel suo post si lamenta anche di essere considerato «giovane» a 35 anni, come se la vita fosse eterna… alla stessa età Dante ha sentito che lo smarrimento sarebbe stato definitivo…); che in un mondo precario e disgraziato, e di disgraziati (=colpiti da disgrazie) ogni buon lavoro è un’illusione. Così possono nascere le frasi dure su chi «scrive bene». Non è lo scrivere bene a creare il problema: il problema vero è che non sembra né coerente né giusto né decoroso unire lo scrivere bene (qualunque cosa significhi) alla vita che ora facciamo. Ciò che dovrebbe essere rete e unione, come scrive Giovenale, rischia sempre di disperdersi, nel secondo tipo – quello feroce – di narcisismo. Il contesto è un altro, ora: Sei giovane – perché parli? Risposta (con un’ingenuità da Piccolo Principe): Potrei parlare comunque… E non sono giovane…

Ci sono ambienti in cui la poesia di Pasolini (come se ne esistesse una sola: come se le rime friulane potessero fare un blocco unico con Trasumanar e organizzar) è considerata «merda». E questo è un risultato?

# Pubblicato da Massimo Sannelli in interventi ~ 04.11.04 07:37 permalink aggiungi un commento