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Non l'ha passata liscia il New York Times per l'infelice necrologio di Jacques Derrida pubblicato il 10 ottobre scorso, tempestivamente denunciato su queste pagine il 12 da Remo Ceserani: un attacco livido e mediocre, a firma di Jonathan Kandell, che accusava il filosofo francese di astrusità e il suo decostruzionismo di inconsistenza modaiola. Attacco livido, mediocre e tendenzioso, esplicitamente volto a screditare, con Derrida, «gli avvocati del femminismo, dei diritti dei gay, della causa terzomondista» a lui ispirati. A tacciare di carrierismo opportunista studenti e ricercatori cresciuti sotto la sua influenza. E ad alimentare, neanche tanto velatamente, il clima di anti-intellettualismo e anti-europeismo che è parte non irrilevante del consenso alla presidenza Bush, alla sua cultura, ai suoi metodi. Dato l'autorevole pulpito del NYT da cui proveniva, quel necrologio non poteva passare né inosservato né impunito, ed è stato il dipartimento di Humanities dell'università di California, dove Derrida aveva più volte insegnato, a incaricarsi di fare giustizia, dedicando un sito-web alla memoria di Derrida (www.humanities.uci.edu/remembering jd), aperto a chiunque voglia significare con la propria firma l'appartenenza alla comunità degli amici del filosofo. 2700 firme in pochi giorni (e la lista si allunga di ora in ora), di docenti e studenti, filosofi, architetti, poeti, romanzieri, musicisti, artisti di mezzo mondo testimoniano da sole quanto grande e multiforme sia stata l'influenza di Derrida sulla cultura contemporanea, un'impronta - una traccia, una impressione, per dirla nei suoi termini - non su questa o quella scuola ma sul nostro modo di pensare, che nessuna livida «stroncatura» può pretendere di cancellare... su Il Manifesto
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