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In Poesia in forma di rosa (Garzanti, Milano 1964) i temi sono quasi sempre personali: sia perché riguardano viaggi ed esperienze dell’individuo Pier Paolo Pasolini sia perché i viaggi e le esperienze del singolo non possono fare a meno dell’incontro (amichevole, sensuale, sessuale, professionale) con altre persone. Il libro è quindi carico di nomi di altri uomini.
E’ anche esteticamente ‘sporco’, soprattutto perché non mostra un vero e proprio asse tematico e sembra estraneo ad ogni progetto che non sia quello «di opere future» (molte, perché scrivere molto non è solo opera narcisistica, ma di passione; sono necessari interi libri e interi film per dire tutto). E’ opera di montaggio, come il cinema, anche se, a differenza del cinema, non può riprodurre «corpo e voce» degli altri; e se è così, all’assenza di un tema, deve far fronte la presenza di una storia, perciò, automaticamente, di uno o più uomini. In Poesia in forma di rosa Pasolini è, insieme, l’io narrante e l’io di cui si narra. La «disperata vitalità» dell’uomo e la «vita furente [o nolente] [o morente]», che è «la mia vera passione», non sono veri e propri argomenti, ma le condizioni perché ci sia, umanamente, storia. Il libro testimonia i rapporti e il fallimento dei rapporti, in modi disarmanti, al limite (scelto e voluto) della non-poesia, della riduzione al parlato (ma un parlato nobilissimo):
E, da qui, il Quarto Dolore,
per cui succube degli impeti di morte
che mi salgono dal ventre, batterei
il capo, muto, contro i vetri
del tassì che percorre
l'orribile autostrada dove è chiaro
che sono senza amore, mentre, barbaro
o miseramente borghese, il mondo è pieno,
pieno d'amore...
(Poesia in forma di rosa)
A che può servirti
un coetaneo - semplicemente intristito
nella magrezza che gli divora la carne?
Ciò ch'egli ha dato ha dato, il resto
è arida pietà.
(Frammento epistolare, al ragazzo Codignola)
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