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Saramago a Napoli per raccontare quelli che non vogliono più votare

Il 24 settembre presso la Feltrinelli di piazza dei Martiri – Napoli alle ore 18,30 Gabriele Frasca, uno degli autori di punta delle Edizioni d’if, presenta con l’autore l’ultimo, straordinario romanzo del Premio Nobel José Saramago, Saggio sulla lucidità, pubblicato, nella traduzione di Rita Desti, da Einaudi.
Ha scritto Frasca sul “Corriere del Mezzogiorno” (Napoli, 23 settembre):

Non c’è forma di governo che non sia una pellicola che avvolge una matassa fibrillante di micropoteri, la cui struttura reticolare, nel suo insieme, nel suo sistema di connessioni, risulta sempre difficile seguire in tutte le sue diramazioni (era questo l’arduo compito che si prefiggeva l’archeologia foucaultiana). I piccoli, talvolta micragnosi, poteri e saperi nei quali ciascuno di noi è immerso, si offrono al nostro sguardo soltanto nelle loro immediate connessioni (la mia famiglia, il mio condominio, la mia ditta, la mia associazione, il mio psicanalista...), così che l’intero intreccio di collegamenti non potrà mai essere scorto dal nostro punto di osservazione. Di gran lunga più facile appare la percezione dello strato di pelle che imbudella questo insieme di micropoteri, soprattutto quando si ha a che fare con una forma di governo autoritario, se non totalitario. La pellicola, in quel caso, risulta appariscente per consistenza e colore, con tutto il suo sistema di oppressioni e divieti.

Ben diversamente vanno le cose nelle forme di governo cosiddette democratiche, perché la democrazia, pur restando una pellicola, trae la sua forza dall’essere del tutto trasparente: i legami ci sono, i divieti pure, e persino le oppressioni, eppure tutto sembra tenersi insieme per una sorta di patto di mutuo contenimento, sorretto dalla libera circolazione delle merci e della loro rappresentazione fantasmatica, le opinioni. Da qui i due paradossi della democrazia: il primo, conosciuto sin dai tempi di Aristotele, riguarda il rischio che ogni democrazia ha di collassare in tirannide ogni qual volta vi sia qualcuno in grado di manipolare più merci e più opinioni (non è esistita storicamente forma di tirannide che non sia partita dalla conquista dei mezzi, di produzione e di comunicazione). Il secondo, che diventa ogni giorno più attuale, assume invece la veste di un autentico paradosso logico: non si può essere democraticamente contro la democrazia. Si tratta, come ha ben visto il filosofo Alain Badiou in Metapolitica (Cronopio 2001), di una sorta di «opinione autoritaria»: «è in qualche modo proibito non essere democratici».
È questo il punto di partenza da cui parte l’ultimo romanzo di José Saramago, Saggio sulla lucidità, pubblicato in questi giorni, nella traduzione di Rita Desti, da Einaudi. In una capitale di un paese occidentale, gli elettori chiamati alle urne per delle elezioni amministrative si presentano, dopo una mattinata in cui i seggi sono andati deserti, in buon ordine a votare. La percentuale dei votanti è alta, ma il 70 per cento degli aventi diritto vota in realtà scheda bianca. Annullate dunque le elezioni e ripetute una settimana dopo, le schede bianche raggiungono addirittura l’83 per cento, senza che si riesca a capire, malgrado gli sforzi del governo di infiltrare spie e poliziotti praticamente in ogni seggio, chi sia il responsabile del «complotto». Fra i cittadini nessuno parla, nessuno dichiara la sua intenzione di voto, nessuno commenta e, soprattutto, nessuno ha istigato l’altro a votare in tal modo. Una generalizzata sindrome di Bartleby si è dunque impossessata degli abitanti della capitale, silenziosi e composti, ma cocciuti nel loro rifiuto di esprimere una preferenza quale che sia (per il partito di destra, al potere, per quello di mezzo, suo concorrente e quasi alleato, e per quello di sinistra, le cui percentuali, com’è ovvio, scivolano al minimo storico). In questo romanzo, dunque, ci troviamo di fronte a quello che ancora Alain Badiou (nel breve saggio La Comune di Parigi, apparso quest’anno sempre per Cronopio) definirebbe un «sito evenemenziale», vale a dire un luogo dove si manifesta (come accadde per la Comune) un «evento» altrimenti imprevedibile, e dove dunque poter «pensare la politica fuori dalla sua soggezione allo stato e fuori dalla cornice dei partiti o del partito» (né sarà un caso che Badiou e Saramago si definiscano ancora schiettamente «comunisti»).
Da questo «evento» (che è ovviamente una dimostrazione di «lucidità» elettorale) si propaga, dunque, la reazione a catena che costituisce la trama stessa del romanzo: viene instaurato lo «stato d’eccezione», poi quello «d’assedio», il governo si ritira dalla capitale, organizza una piccola strage di stato, progetta di costruire un muro per isolare la città... e via così, fino al precipizio verso il quale il lettore viene accompagnato dall’acre umorismo di Saramago. Il flusso narrativo trascorre difatti senza soluzione di continuità da un ironico indiretto libero (una specie di brusio che impasta la pomposa lingua della burocrazia con la bolsa retorica dei media, tutti schierati a favore del governo) ai dialoghi più tronfi, banali e farseschi (esemplari i vari consigli dei ministri riportati con una fedeltà agghiacciante), in un’orchestrazione che agglutina tutte le voci individuali, come se fosse una sorta di diretta radiofonica. Ma il precipizio, per essere tale (per inglobare cioè il lettore), deve convergere su pochi personaggi, possibilmente positivi; così, negli ultimi capitoli del romanzo, la storia si restringe sulle vicende di un commissario infiltrato e della donna che in Cecità era l’unica a non aver perso la vista, e che il governo vorrebbe far passare per il capo della «rivolta». E proprio questo collegamento con il romanzo apparso nel 1995 (il cui titolo, non a caso, suonava, senza scorciatoie editoriali, Saggio sulla cecità), può far comprende a pieno quale sia il messaggio di Saramago. I due romanzi, ante di uno stesso dittico, mettono a giorno lo stato attuale delle democrazie occidentali: da un lato una maggioranza di persone che non riesce a vedere altro che la sterminata luce bianca che li ha accecati, e dall’altra una sempre crescente fetta di popolazione che del diritto-dovere del voto non sa più nemmeno che farsene. In mezzo, lo sparuto drappello di quei pochi che ancora credono in un mondo possibile diverso. Ma per ciascuno di loro, conclude Saramago, ci sarà sempre un colpo in canna.


“Corriere del Mezzogiorno” del 23/09/2004
di Gabriele Frasca

# Pubblicato da Edizioni D'If in ~ 24.09.04 13:50 permalink 1 commento