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Nel Barone di Nicastro, un piccolo romanzo di Ippolito Nievo, il suo protagonista è ossessionato dal numero due, la «cifra funesta», l’origine di tutti i nostri guai. E di disavventure, tutte frutto, secondo lui, di quella «malattia numerica», gliene capitano di ogni tipo, fino all’estremo momento. Ora, escludendo le implicazioni metafisiche e includendovi invece le infinite discussioni sull’uno e il due, ovvero sul prima e il dopo di un qualsivoglia autore della nostra civiltà artistica, la cui attività appaia divisa in due parti da un qualcosa, ci si accorge che forse il barone Camillo di Nicastro qualche ragione ce l’aveva. Stiamo pensando ai casi, infiniti anch’essi, in cui l’uno e il due di artisti di ogni forma d’arte hanno dato vita a interminabili, e interminati, dibattiti sul primato del prima e del dopo. Ecco, anche il piccolo, grande Totò rientra, e da tempo ormai, in questa famiglia di discorsi, divenuto com’è oggetto di più o meno imperiose opzioni: la palma spetta al primo o al secondo Totò? Se n’è nutrita una copiosa, e non di rado pregevole, letteratura critica che, a sua volta, costituisce un fenomeno culturale non poco rilevante, complementare a quello, dalla forte connotazione sociale ormai, dell’ininterrotta fortuna di Totò presso più generazioni e presso i più differenti ambiti e livelli di cultura. A ragione, si è cominciato a parlare di un vero e proprio mito popolare, sorto spontaneamente, e non costruito dalle grandi fabbriche dell’immaginario contemporaneo. Da un’indagine di tal tipo, condotta a tutto campo - dalle statuine sulle bancarelle all’incredibile consumo dei suoi ”passaggi” televisivi, a ciclo continuo - può venire un’ulteriore conoscenza non solo delle dimensioni del fenomeno ma anche della sua stessa natura, talvolta candidamente commista addirittura con il Sacro...
Antonio Palermo su Il Mattino
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