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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
frammento di autobio-

Più mi considero nulla – ed è vero che lo sono – più uso la mia persona come materia per la scrittura. E si capisce (capisco) perché: chi non-è sta all’esterno di se stesso e si osserva; ma non è solo questo: si ha l’impressione di poter trasformare esperienze personali e limitate – e limitate in quanto personali – in cose pubbliche; che esista, quindi, una possibilità di uso, senza confusione e senza arroganza.

Più penso di essere ambiguo più desidero che la pubblicità (la pubblicazione) dei testi sia accompagnata da silenzio della/sulla persona che li scrive. L’ambiguità consiste in una serie di dati di fatto: una probabile maturazione non appropriata all’età giovanile; un tipo di sopravvivenza (lavori precari, lavori faticosi, resistenza sul piano economico) non consona alla piccola visibilità che si inizia ad avere, grazie ai testi pubblicati; un carattere non buono (nemmeno Gesù ha permesso di chiamarlo buono) ma gentile (in senso medievale e in senso contemporaneo), come si può e il più possibile: ma la persona gentile – e l’uomo gentile in particolare – è amato (e amabile) solo fino ad un certo punto. Rendendo visibile, così, un’ambiguità sociale: l’insistenza formale sull’educazione come principio, l’indifferenza reale all’educazione come pratica di vita. L’uomo gentile subisce l’identificazione con quello che non è: l’omosessualità (o problemi di relazione sessuale) e il disadattamento, la fragilità interiore e la stupidità. Non è così, ma è difficile spiegarlo. Agli amici e intellettuali gay propongo questo spunto quasi seminariale: il fatto che a fronte di una discreta (ma ancora impura, e ipocrita) tolleranza sociale, il mondo consideri l’omosessualità il frutto di un fallimento, non di una maturazione.
Nel corso degli anni il bambino timido, ed educatissimo, e quindi frocio e scemo (e Albenga non è posto per bambini timidi), diventa un ex-bambino e poi un adulto. Intorno a sé nota un fenomeno interessante, che lo riguarda: a poco a poco gli insulti si trasformano in complimenti o coesistono in uguale misura con i complimenti. Gli uni e gli altri lo lasciano indifferente o lo turbano molto: capisce, per esperienza, che complimenti e insulti derivano da un’identica radice (educazione e timidezza, unite a quella che un altro timido chiamò, per sé, «acerba sapienza»). Chi ha cuore vede l’educazione e la loda (e in più ha gli strumenti per capire l’arte, e la loda); chi non ha cuore vede l’educazione e l’aggredisce (e se vede l’arte non la capisce, a partire dal suo impasto linguistico; come non capirà del tutto, o per nulla, la vita precaria e i lavori svolti gratis, per passione).
Nel corso degli anni si inizia a capire bene qualcosa che è nato con i primi anni di vita: l’inestricabilità e la continua compresenza del Bene e del Male anche in situazioni banali. Un artista è sensibile alle nuances, e contemporaneamente desidera ragionare per assoluti, che non incontra (ma che, contro il senso comune, crede possibili, e li cerca il più possibile, al punto di creare automitologie e interpretazioni personali della religione: il cristianesimo di Testori è il cristianesimo? il teatro di Artaud è ‘teatro’?). Gli amici, e più di tutti le persone amate, portano positività e negatività: portano doni, a volte, riempiono di cibo un frigorifero semivuoto, danno abbracci e baci, e nello stesso tempo chi riceve tutto questo si sente solo, come voluto da altri. E non capisce perché; o forse capisce: non sente nessun destino (un assoluto!) in questo, non vede quell’unico – e per lui possibilissimo, ma solo non presente ora – grandissimo amore che dovrà illuminare tutto. Non a caso dice: grandissimo amore, perché ne intuisce la potenza e la funzione. In un altro tempo diceva a una delle persone amate (la più devastante, la più esaltata e la più dolce; prima di capire il valore anche ricattatorio della dolcezza; ben altro che schizzi di Eros e lingua fluida come l’acqua) «non credo all’amicizia» e «non voglio avere amici». Non era vero (ma è una frase con assoluti poetici, di nuovo; e deve essere compresa poeticamente); rappresentava bene la polemica, con enfasi, contro un tipo di amicizia che non è amore ma ne riunisce le caratteristiche più romantiche e meno pratiche: la devozione, la presenza continua, il bacio al momento della partenza e solo allora, la capacità – che il mondo tende a dimenticare e che in un artista è innata e normalissima – di sentire il cuore dell’altra persona a partire da un battere di ciglia, dalla pronuncia di una vocale, che in genere è la A, da alcuni vezzi linguistici.

***

Le scritture più ferocemente ermetiche nascono da una biografia/biologia profondamente sentita, nel bene e nel male. Le scritture più ferocemente ermetiche sono profondamente, e paradossalmente, contenutistiche. Quando quell’amore incondizionato e a-normale verrà, molte cose saranno oggetto di una giustizia nuova: che le ridurrà al silenzio o a nulla. Di me non dirò più: sono ambiguo.

# Pubblicato da Massimo Sannelli in interventi ~ 02.09.04 18:34 permalink 1 commento