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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
Il fermo volere, un romanzo bifronte per rianimare il quasi-morto

Fabrizio Denunzio e Gino Frezza da Alias, il supplemento del sabato de Il Manifesto: ...Per chi non ha mai smesso di amare il genio fumettistico di Will Eisner e crede sia ancora possibile una strana cosa come «la grande letteratura italiana del ‘900», è appena uscito in libreria l’opera grafica-narrativa di Gabriele Frasca e Luca Dalisi, Il fermo volere (Edizioni d’if, Napoli, euro 35, pp. 312). I due autori forniscono al lettore-spettatore la duplice pista di uno straordinario romanzo italiano contemporaneo, e di tavole a fumetti che, bifronte, tessono la divergenza di un duplice sguardo: leggere-vedere insieme, capire-sentire in modo inestricabile e integrato.

Gli amanti del grande disegnatore americano avranno l’occasione di rivedere come l’indimenticabile Spirit - la creatura eisneriana che dal 2 giugno del 1940 fino al 1950 ha profondamente modificato l’idea visiva e narrativa dei fumetti – possa essere trattata da una scrittura «espressionista» (per intenderci quella che va da Gadda a Pizzuto, da Landolfi a D’Arrigo) che, avendo perduto il suo centro «chirograflco», si sostanzia solamente attraverso la continua relazione a materie diverse: qui, in particolare, a quelle figurative dei fumetti disegnati da Dalisi.
Il fermo volere occupa un posto tutto speciale nell’opera di Frasca. Si potranno trovare, e anche con una certa facilità, tracce formali dell’umorismo di Beckett e dell’universo paranoide di P. K. Dick (del primo Frasca ha tradotto per Einaudi le poesie e i romanzi Watt e Murphy, mentre del secondo ha «rovesciato» l’imprescindibile Un oscuro scrutare disponibile presso Fanucci); corrispondenze tematiche con Santa Mira (l’altro grande romanzo pubblicato da Cronopio nel 2001); suggestioni teoriche provenienti da La scimmia di Dio (ll «trattato» sulla comunicazione polemico-mediale uscito quasi una decina d’anni fa da Costa&Nolan).
Ma l’insieme delle relazioni con i lavori precedenti di Frasca non spiega la singolarità de Il fermo volere. Non smettendo di articolare la sua riflessione attorno alla cultura di massa, ne Il fermo volere Frasca assume le forme e gli immanenti contenuti dell’immaginario da elementi fondanti della narrazione. Su questo crinale gli «arnesi» del suo laboratorio di scrittura «oltre la letteratura» si sono messi a «limare» la lezione dello Spirit di Will Eisner: all’oscurità della notte, dell’ombra, della solitudine metropolitana, l’autore americano ha sempre fatto seguire un contrappunto luminoso, il tempo di una battuta ilare e gioiosa, l’istante di una parodia. In una parola il suo formidabile, «sonoro» e ritmico, chiaroscuro.
Frasca rimette in gioco i fumetti di Spirit dalla prospettiva stilistica di una lingua «italiana» la cui strumentazione, essendosi formata nello spazio bianco abitato dalla «furia della sintassi» (questo il titolo di un saggio dedicato alla sestina in Italia da Dante a Fortini uscito presso Bibliopolis), richiede per sé una voce che la esprima compiutamente. Il fermo volere, promettendo una nuova avventura di spirit a tutti gli adepti di Eisner, assicura una modalità di lettura molto distante da quella alla quale ci ha abituato il Libro occidentale.
Nella postfazione al volume Gino Frezza individua la fenomenologia di questo nuovo modo di leggere: dai disegni delle tavole di Dalisi alla scrittura di Frasca, dalla linea chiaroscurale del primo al fluido «indiretto libero» del secondo, insomma dal visivo al testuale ll fruitore “legge» il significato attivando il registro del «doppio» sguardo, strutturato solamente nell’oscura zona mediana, quindi mediale, del «tra»: tra l’immagine e la scrittura, tra i fumetti e il romanzo. Noi aggiungiamo: e il cinema.
Pur sempre, e alla grande, si resta nella dimensione dell’immaginario; Il fermo volere ha un modo tutto suo di richiedere che siano gli occhi di uno spettatore cinematografico, e non solo quelli dei lettori di fumetti e di romanzi, a guardarlo. Tutto sta a capire quale sia il film, l’autore, il genere che fa risuonare Il fermo volere. Bisogna a tal fine seguire le indicazioni fornite da Frasca e Dalisi per individuare il genere e lo sguardo spettatoriale da cui l’opera vuole essere consumata.
Ne Il fermo volere, Spirit, prima di indossare la pelle dell’eroe a fumetti di Will Eisner, e diventare così il giustiziere che combatte il crimine, si chiama Daniele Beretta, «archivista alla Fondazione Will Eisner, che era quella che organizzava Central City, il più importante festival del cinema e del fumetto noir della regione» (p. 55). Dunque Il fermo volere va guardato-letto con l’impronta del noir cinematografico. Ora, il segno connotativi del noir e la M, sostanzialmente quella del noir di Fritz Lang: la M di Mabuse, la M del mostro di Düsseldorf. Se questa opera è un noir, deve conseguentemente esser segnata a fuoco nella sua carne, dalla lettera M, non banalmente ridotta al suo grafema ma in grado di divenire cifra concettuale.
Ecco la vicenda narrativa de Il fermo volere roteare attorno al nucleo della famiglia Mori: da un lato una giovane donna, Moira, da cui principia il racconto – si presenta a Spirit e gli offre il caso – , dall’altro il padre di Moira, lo psicanalista dott. Mori, le cui teorie peseranno non poco sul destino di Spirit. Da un lato la figura femminile con il carico della sua sessualità – Moira inquieta in forme diverse tanto Spirit quanto il suo collaboratore Ebony – dall’altro la figura paterna, a sua volta segnata dall’essere (come il generale Sternwood dell’inizio di Il grande sonno di Philip Marlowe) corpo non solo immobilizzato in sedia a rotelle ma catalettico nella mente e nell’anima.
A cosa fa segno la M attraverso i due poli della famiglia Mori? Seguendo la pista dei saggi di Frasca, essa rimanda alla Macchia: l’unità polare della famiglia Mori è la macchia che tinge di noir l’esistenza di Spirit. Cos’è questa macchia e cosa ha a che fare con il noir del cinema? Innanzitutto non è la stessa macchia che Frasca aveva teorizzato ne la scimmia di Dio, ossia non è un reperto culturale postbellico che ci mette in contatto con la sostanza traumatica del mondo (la guerra), né tanto meno è ciò a cui si riduce l’oggetto dopo essere stato ridotto a simulacro da parte dei media (con i relativi problemi che ciò comporta per le apparenze sostanziate in essere). Attraverso Moira e il dott. Mori, Spirit ne Il fermo volere si imbatte in una macchia che lo porta a sperimentare la Malattia Mentale (la schizofrenia, il collasso dell’identità) e la Morte.
Basterebbe pensare alla follia del dottor Mabuse e di Frantz Berke, il mostro di Düsseldorf, per capire come questo riguardi il noir. Genere la cui tonalità si libera da precise strutture narrative (ad esempio quelle del poliziesco-investigativo), Il fermo volere, a suo modo romanzo giallo, seguendo le medesime piste di noir classici – Il Mistero del Falco di John Huston del 1941 (da Dashiell Hammet) e Il grande sonno di Howard Hawks del 1946 (da Raymond Chandler) – e dei suoi investigatori privati (Sam Spade e Philip Marlowe), attiva precisi modelli cognitivi per risolvere il caso.
Il metodo investigativo del personaggio Spirit di Frasca e Dalisi si chiama «provente» (pp. 49-51). Nella magistrale lezione data al giovane assistente Ebony, Spirit, il detective mascherato, spiega che nel loro mestiere bisogna dotarsi di un’intelligenza in cui si sappiano dosare a perfezione una «ragione micragnosa» e una «prodiga intuizione» e che tale miscuglio cognitivo sappia lavorare con prove e moventi.
Ragione e intuizione, prove e moventi. Viene legittimo chiedersi se non si sia fatto un passo indietro rispetto all’hard boiled di Spade e Marlowe (tutto azione e causalità), per regredire fino a procedimenti esclusivamente mentali, in particolare fino a quelli deduttivi di ispirazione cartesiana cari alla scuola francese (il Rouletabille inventato da Gaston Leroux: da un’intuizione si seduce tutto il ragionamento), o a quelli induttivi-abduttivi di matrice hobbesiana a cui fa ricorso la scuola gialla inglese fa ricorso la scuola gialla inglese (lo Sherlock Holmes di Conan Doyle: indizi da interpretare).
Assolutamente no. Lo Spirit di Frasca-Dalisi costruisce la sua brava macchina investigativa per derivare senso dall’Evento. Il fermo volere addirittura va oltre la funzione che il Caso ha nei noir di Spade e Marlowe, in balia del quale gli investigatori sono sballottati come palle da flipper nella metropoli senza che si venga a capo del delitto (vedi il mistero del colpevole e dell’assassino, lasciato ironicamente insoluto, nel Grande Sonno di Hawks-Faulkner-Furthinan e Chandler).
Di fronte all’evento non vi sono deduzioni o induzioni che reggano, paradossalmente, per non cadere nell’evento, e al contempo per non lasciarselo sfuggire del tutto; un po’ di ragione e un po’ di intuizione, esercitate con discrezione e grazia, aiuteranno a risolvere il caso. E la macchia? Per quanto originale sia questo modello cognitivo, è soggetto a paralisi: Spirit ne Il fermo volere alla fine non risolve il caso, piuttosto è il caso a risolverlo in sé. La macchia, introdotta nel modello cognitivo di Spirit attraverso Moira (perché è lei che gli propone il caso impossibile), è proprio l’evento da cui la macchina investigativa di Spirit cercava di proteggersi.
Essere ingoiati dall’evento significa scivolare verso la follia. Qui Il fermo volere dimostra di essere un grande noir classico: cadere verso la schizofrenia non significa affatto una caduta nell’interiorità familistica e personale di un trauma. La macchia dell’evento è totalmente esteriore, impersonale, è un qualcosa in cui si cade e che potrebbe riguardare tutti noi. Ecco lo Spirit di Frasca-Dalisi rivelarsi alter ego, doppio, di un abitante di Civitacentri, Daniele Beretta, la cui schizofrenica catatonia si rivela «critica» e non «clinica»; nel momento in cui Il fermo volere lascia intravedere la possibilità che tale follia sia producibile, ossia che di Spirit si può fare un pazzo, questa medesima follia assume il carattere di qualcosa producibile socialmente.
Da tale prospettiva, il film noir classico più vicino e appropriato a Il fermo volere risulta Sui marciapiedi di Otto Preminger del 1950 (sceneggiato da un Ben Hecht in odore di comunismo), dove la pazzia del protagonista, il poliziotto Marc Dixon, finisce con l’investire l’intero corpo di polizia. Questa, insomma, è la prima dimensione della macchia: tramite Moira l’evento si presenta a Spirit e lo porta verso malattia mentale.
C’è però anche il padre della giovane donna. A un certo punto di questa appassionante opera grafico-narrativa, Spirit si reca in visita dal dottor Mori, eretico psicoanalista radiato dalla propria associazione professionale. A differenza dell’incipit de Il grande sonno di Howard Hawks (Marlowe-Bogart incontra il vecchio colonnello Stenwood immobilizzato sulla sedia rotelle) qui il dott. Mori ha molto di meno (pp. 151-153) di quel poco che aveva il colonnello Stenwood pure lui paralizzato, è sordo muto cieco, ridotto a un vegetale assente e silenzioso.
Ma, con il dott. Mori, Spirit ingaggia una bizzarra comunicazione: pur intuendo che si tratta di un corpo privo di ogni funzione vitale cerca di «interrompere il più profondo dei sonni» (p. 151), di rianimarlo, di riportarlo in vita, di farlo risorgere. Di fronte al corpo quasi cadaverico del dott. Mori, ossia un fuori da «osservare, lavare, nutrire compatire» (p. 153) e un dentro «ridotto a una superficie» (ib.), Spirit, cercando di interrompere questa cimiteriale catalessi, sperimenta l’altro elemento della macchia, la Morte: «l’uomo (...) la morte la conosce per davvero, non come Io stato di un interruttore, che so acceso-spento» (p. 205).
Con la macchia della morte, Il fermo volere entra nella sfera del noir moderno, un genere filmico distinto da una pura qualità irriducibile agli elementi narrativi dai quali si sprigiona. Il fermo volere non contiene solo gli elementi graditi allo spettatore dei noir polizieschi, ma anche una dimensione non risolta nel codice verbale, quell’essenziale visivo che non appartiene alla lingua (da André Bazin e Eric Rohmer definito tratto «ontologico cinematografico»).
Il dialogo col morto intrapreso da Spirit ne Il fermo volere è interamente metafllmico. Dimensione intensamente raggiunta una sola volta dal noir contemporaneo, con Voglio la testa di Garcia (1974) di Sam Peckinpah, pellicola difficilmente inquadrabile e spiegabile al di fuori della misura metafllmica del noir. In questo capolavoro estremo, il protagonista Bennie, interpretato in modo superlativo da Warmn Oates, trascorre gran parte del suo tempo a parlare con la testa tagliata di Garcia, racchiusa in un sacco nella sua auto: la interroga, le chiede spiegazioni, la insulta, le fa scenate di gelosia, la tiene sempre al suo fianco.
Sulla linea di Voglio la testa di Garcia, l’eccezionale sequenza narrativa della conversazione tra la vita e la morte tenuta da Spirit verso il dott. Mori, permette di formulare una singolare antropologia dello spettacolo cinematografico. È una sorta di fondamento inerziale de Il fermo volere: chi mi guarda è un quasi-morto, lo spettacolo allestito per lo spettatore non ha altro senso che la sua rianimazione. «La mia scrittura le mie tavole la mia musica possono essere pienamente vissute solo se il quasi-morto a cui sono destinate si rianima e le vitalizza, performandole». Ci si «smuova», quindi, non rinunciando ad una grande emozione culturale.

Lo Spirit di Eisner, eroe smascherato
di Gino Frezza

Will Eisner, indiscusso maestro de! fumetto contemporaneo, ultranovantenne, non riposa sugli allori ma incessantemente sperimenta formule nuove sul piano espressivo. A ritmo spedito e sorprendente per l’età, Eisner produce capolavori eccelsi, puntualmente pubblicati in Italia da Punto Zero e da Kappa di Bologna. Le sue graphic novel (da Verso la tempesta a Dropsie Avenue, La forza della vita, Le regole del gioco, Gente invisibile ecc.) sono colpi magistrali alla competenza narrativa dei suoi colleghi più giovani (è ammirato da autori del calibro di Frank Miller, Alan Moore, Art Spiegelman). E oggi, finalmente, il lettore italiano ha pieno accesso all’edizione cronologica, sotto il titolo Gli Archivi di Spirit, delle avventure colorate del classico personaggio di Esneir: Spirit il detective mascherato, pubblicato in America dal 1940 al 1950. Dal 1966, con la prima graphic novel in assoluto, la magistrale Un contratto di Dio (straordinaria ripresa del racconto di Giobbe nella chiave di uno storico del primo Novecento) fino all’ultimo recente Il sognatore, in cui Eisner ritorna all’epoca della depressione americana e dell’inizio del New Deal, (cioè di quando, allora giovane, cominciava la professione di fumettista assieme a Siegel e Shuster, gli autori di Superman!), questo straordinario maestro del fumetto costantemente ridisegna la storia e l’epopea della modernizzazione americana, con un occhio specifico rivolto al ruolo e alla vita vissuta degli ebrei americani, dai primi tempi dell’immigrazione ottocentesca fino agli anni Cinquanta del Novecento.
Il fermo volere (l’opera grafico-narrativa italiana di Gabriele Frasca, romanziere, e Luca Dalisi, disegnatore) consente in maniera assai peculiare di misurare in che modo un maestro del fumetto come Eisner «precipita» nel comune sentire di una generazione di giovani italiani del dopoguerra (gli anni Sessanta-Ottanta in particolare) oltre che nel nostro contemporaneo presente.
Non per caso, il sottotitolo de! Fermo volere porta la dicitura Una nuova avventura dell’ingegnosa Spirit, identificando il personaggio da cui tutto muove. Alias Denny Colt, criminologo e investigatore – giovane di bell’aspetto che coadiuva il commissario Dolan di Central City – Spirit porta una mascherina sul volto. Essa, da un lato, nasconde la sua vera identità e, dall’altro, incute timore nei criminali da lui scovati e perseguiti. Le tavole di Spirit disegnate da Eisner negli anni Quaranta rappresentano le angolazioni notturne della metropoli, i chiaroscuri dell’esistenza, le figurazioni ritmiche della vita quotidiana, le ilari maldestre volontà di uomini e donne di superare i propri limiti; inscenano la commovente pietà con cui sono colte sconfitte che accomunano in un destino tragico i sopravvissuti alla morte o, anche, coloro che inesorabilmente l’attendono.
Ma Spirit non è un fumetto tragico. La cifra di Eisner è una costante sfida all’intelligenza del lettore, trascinato in un universo parallelo. Insieme a uno spiccato cromatismo architettonico e ambientale, i suoi fumetti gettano un divertito, ironico sguardo sui paradossi fantastici che illuminano le nostre grigie esistenze, condotte sull’orlo della metafora. Molti si sono chiesti perché Spirit porta una mascherina sul viso, giacché essa non nasconde del tutto il suo volto, né ricopre l’identità di Danny Colt come una cortina fumogena che celi la verità delle sue apparenze. Nei fumetti di Eisner la mascherina non è usata da costume, non significa né dà luogo alla presenza ingombrante dell’identità segreta e doppia, come per i supereroi dei comic books. Essa marca la presenza di un’alterità. Per suo tramite la figurazione dell’esistenza metropolitana e moderna, capitalistica e tecnologica, è ricondotta all’emergenza dei fantasmi che innervano la vita quotidiana, a quella dimensione mentale per cui ogni cosa – specialmente nell’esistenza funzionale, economicista, produttivistica, che segna i percorsi individuali di chi vive nelle grandi metropoli – partecipa di incubi e ossessioni, di gioie, di ridicoli, scomodi, leggeri nonsensi e controsensi.
Danny Colt, divenuto giustiziere mascherato, appartiene, tramite questo segno discreto, non ingombrante, al dominio di una alterità appena appena segmentata a fianco dell’identità prospettata in superficie. La mascherina di Spirit – il cui indirizzo è in un cimitero, non bisogna mai dimenticarlo – indica qualcosa di segreto e di più inavvertibile: quel regno labile eppure consistente al cui interno l’io e l’identità si scollano da condizioni certe e costanti, dove la realtà palesa leggiadre composizioni allegoriche e dove la luce, il giorno e la notte si fondono in un crittogramma tanto magistrale quanto labirintico.

# Pubblicato da romanzieri in editori ~ 13.08.04 23:56 permalink aggiungi un commento