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biblioteca ebook a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z tutte
Osvaldo Coluccino, Appuntamento, Anterem Edizioni, Verona, 2001

La scrittura di Osvaldo Coluccino indica una realta' come responso. Si legge come musica e lascia intendere a che cosa la realta' corrisponda.
E' una realta' dove qualcosa viene presentato, reso presente. Qualcosa che e' accaduto viene fatto presente, e' avvertito. Ma di quale presenza Coluccino ci fa partecipi, quale presenza ci fa avvertire?
La presenza che Coluccino ci indica non e' semplicemente cio' che permane esposto allo sguardo e disponibile, a portata di mano. E' presenza di un altro tipo. ...

Come la "presenza" che si dice qualcuno avere, quando e' immobile, ben composto, oppure quando entra in una stanza e, varcata la soglia, lascia entrare con sé, come dono, tutto un mondo. Una presenza che, a volte, non ha a che fare neppure con un che di "materiale" e visibile: in un suo seminario Heidegger parlava della "presenza" della campana nel villaggio che si diffonde con i suoi rintocchi.
La scrittura di Coluccino rende presente, e si fa presente, proprio perché comunica, mette in comunicazione, con una dimensione lontana rispetto alla presenza semplicemente intesa, nei suoni delle cose e nei rintocchi delle parole. E' una comunicazione in cui si resta in Presenza di un Altro, come quando "leggendo" un'icona e fissandone a lungo lo sguardo, si resta, anche in sua assenza, come osservati. Si guarda altrove e ci si avverte visti. Attraverso la scrittura composta di Coluccino si è in presenza di un'esperienza di lettura in cui non si pensa al senso della scrittura, in quanto esso, semplicemente, è lì.

Sfuggivano, involte, in abbraccio,
E spirano, svelte erose.

Sotto, gettato ruvido belle sciolte
Gratta - infinita sete -
Speciale trivellandone frutta,
Più in là, il tempo giusto
Di mutarsi azzurre

Le presenze di senso della scrittura di Coluccino, che emergono e comunicano tra loro come isole e piccoli arcipelaghi, sono composizioni nel senso che qualcosa si compie e proprio in questo compimento esso viene esposto.
Ciò che in questo senso viene portato alla presenza, esposto, è ex-per-ientia, un percorso nel suo compiersi, e il percorso in questione è proprio l'esperienza della scrittura.
La natura di questo procedere, di cui ad ogni passo si avverte la presenza, ama nascondersi. A prima vista sembra consistere nel continuo, ripetuto eccedere della metafora (una parola che in sé è già metafora: spostamento, viaggio) dai significati cui si destina; come nuvole, sospese tra due dimensioni, che si addensano e si diradano e che tornano, così, sempre più numerose delle cose che sono in cielo e in terra.
Nuvole di senso, in Coluccino, che si condensano e si spostano. E' lo stesso procedere in cui ciò che è passato e ciò che è "presente" - ricordi, esperienze, visioni - nello sguardo ironico di Coluccino volentieri si confondono, sovrapponendosi e, paradossalmente, mai cancellandosi.

Canto fermato col salice dei diademi.
Ormeggiato nei fianchi ronzante
Di un rosaio di collant e letti.
Eea confinata - che da solo non travolga
Inesauribile di veglia rosseggiante -
Tronca il dispetto d'essere,
Se non una luce mortale arginasse
L'infelice corsa innamorata,
Come nasce, un gioco di eterno

Uno sguardo che non ha posto tra le cose e sposta le parole - come si fa in viaggio: si conserva, si riprende, si cambia di posto - ma allo stesso tempo o in un colpo d'occhio tenendo a distanza e avendo "presente" la sintassi delle cose.
E' un'altra grammatica, in cui il presente rimanda necessariamente al suo rovescio temporale - l'eterna stabilità - ma cogliendo il tempo come senso vissuto del cambiamento e del passare delle cose: malattia cronica e cura stabile delle parole in cui i nomi vanno presi in parola e compresi in quanto cose.
Di nuovo, nuvole cariche di senso. Nietzsche ebbe a dire che noi non ci sbarazzeremo dell'idea di Dio finché crederemo nella grammatica. A fargli eco, Wittgenstein ripeteva che in ogni goccia di grammatica è condensata una nuvola di metafisica.
Emerge qui il senso nascosto di quel procedere che, a prima vista, si presentava come eccedere della metafora. Tutto ricorda qui il movimento necessario di una anamorfosi, il cui punto decisivo tuttavia non sia indicato né presente, ma affidato al composto scorrere di ogni lettura.

La muta drammatica di essenze; che sopra tutti i prati e le deiscenze e le serre veneree trama i fili inconfessabili, progenie in abbaglianti lave.
Ghiacciati i velli inerti dei petali, il pensiero che non li svelò sotto la malia delle scorta d'estate; il nostro mito esploso, o sorgenti o fine corallosa, il nostro pericolo esiliante.

Non è il gesto mimetico condannato da Platone, quanto la mimesi più profonda, che da Aristotele a Plotino a Schelling è colta nel gesto dell'artista: saper cogliere "il ritmo interno delle cose" renderlo presente, invitando chi legge ad accogliersi nella vita "idiorritmica" di questa scrittura.
Il comporre di Coluccino è, in questo senso, finalmente im-posizione: nel senso di "dare il tempo", come rendere presente il ritmo interno delle cose. E' un imporre che - in quanto tale - obbliga, ma nel senso obbligato del cor-rispondere. In questa corrispondenza si è chiamati, necessariamente, a un altro modo di scrivere.
Così è stato per la mia "corrispondenza" con Coluccino. La lettura dei suoi lavori non ha potuto che incidere, come uno stile, sulle forme, sulle parole della mia corrispondenza. Come in una educazione al silenzio, al suo tempo sempre presente, si trattava di cercare parole che fossero degne del silenzio e corrispondere a una disciplina, intesa nel senso proprio di stare "composto" quando si cammina.
Da compositore Coluccino sa bene che la musica scaturisce dal silenzio e al silenzio ama destinarsi, così come dal silenzio è sempre attraversata.
Attraversare il silenzio, l'inespresso, il taciuto; leggere è accogliere: percorso e disciplina dell'accoglienza.
Lontanissima da ciascuna delle false cortesie della "leggibilità" - quella sì imposta e con violenza - lo stile di Coluccino è disponibilità della scrittura a lasciarsi interrogare.

Davanti alla grotta di Cuma, Enea pregava la Sibilla di non affidare i suoi responsi alle foglie, che scomposti non volassero confusi in preda al vento.
La corrispondenza lunga, lenta, silenziosa con Coluccino suggerisce, invece, di guardare in quelle foglie; sedersi, in silenzio aspettare, e capire.
Lucio Saviani

# Pubblicato da Rosa Pierno in editori ~ 04.08.04 16:05 permalink 1 commento